Quando un libro diventa un samizdat e le piccole editrici si spengono

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1977

Piccoli editori crescono, si sarebbe detto un tempo. Ora, piuttosto, piccoli editori faticano a sopravvivere e, molto spesso, muoiono

case editrici libriCase editrici a volte minuscole, fiori nel deserto capaci di trovare una gemma, scoprirla, valorizzarla nel nostro asfittico e spesso provinciale mercato: a costo di sacrifici personali, miracoli aziendali da guinness dei primati. E tutto tra mari di difficoltà, che per i libri sono una distribuzione che quasi sempre ti dimentica “perché sei piccolo”, ti manda in retrovia, ti fa uscire caso mai dopo uno o due mesi dal parto tipografico; e poi, vai in libreria e non lo trovi, “già finito”, per non dire “mai arrivato”. E così titoli che farebbero la gioia dei lettori, altrove, in tante altre latitudini, da noi “non esistono”: come se un gioiello che hai visto in quella vetrina, voilà, non c’è più, sparito nel nulla, volatilizzato per sempre. E forse, quindi, “mai esistito”. Ormai è tempo di big: per l’editoria, quelle tre o quattro case che dettano legge – come le grandi squadre nel mondo del pallone, loro a dettar legge e fregarsene delle piccole, che vorrebbero veder sparire con un colpo di bacchetta magica – le due o tre che imperano nella distribuzione. E sul fronte delle librerie? Stessa musica, i piccoli continuano a morire sul campo, un 2014 che sembra un camposanto tra chiusure, fallimenti e via abbassando la saracinesca; con pochi big a fissar le regole, una Feltrinelli o una Fnac, più intrattenimento che cultura (ormai in soffitta).

A fotografare stupendamente la situazione, il deserto editoriale che ci circonda e i pochi “pionieri” rimasti sul campo (novelli Diogene con una lampada e fra poco neanche più quella), un intervento di Claudio Magris sulle colonne del Corriere della Sera, 23 gennaio. E’ necessario riportarne alcuni passaggi di grande interesse. Magris parte dall’elogio della piccola impresa, nucleo vero della nostra, come di tutte le economie ispirate al sano (e non finto) liberismo. “La vita del piccolo imprenditore – scrive – spesso non è più facile di quella dei suoi dipendenti e la sua, la loro lotta per sopravvivere si fa sempre più difficile. Ciò vale pure per la piccola e medio-piccola editoria, spesso coraggiosa e pionieristica nelle sue iniziative e nelle sue scelte, sempre più in difficoltà non solo e non tanto per i costi di produzione quanto con i costi di distribuzione, con la fatica di far conoscere la propria attività e i propri libri, di portarli a conoscenza dei lettori e di renderli visibili in libreria, dove sono schiacciati dalle pile dei libri – poco importa se buoni o no – più pubblicizzati”. Ed eccoci al cuore del problema: “Purtroppo nell’editoria – continua Magris – quel predominio e quella dittatura dell’offerta sulla domanda sono totalizzanti e distruttivi. Non si legge ciò che si desidera, ciò che si pensa corrisponda ai propri gusti e alle proprie inclinazioni, ma ciò che viene imposto. Più efficace dei regimi totalitari, il mercato si impone soft e inesorabile. Pochi cercano i samizdat ovvero quei libri che oggi sono i nuovi samizdat, pochi seguono le proprie passioni”. E con amarezza Magris commenta: “E’ difficile comperare e dunque leggere un libro che non si sa che esiste”. E prosegue: “Io mi sono procurato a fatica un capolavoro letterario come Il quarto secolo di Eduard Glissant, edito dalle Edizioni del Lavoro, e difficilmente reperibile sul mercato. Purtroppo un altro capolavoro della letteratura contemporanea mondiale, Notizie dall’impero di Fernando Del Paso, è stato pubblicato dalla casa editrice Imprint-Profeta di Napoli e temo che, a differenza di quanto è accaduto in altri Paesi, non abbia quasi raggiunto le librerie”.

Lo splendido intervento di Magris prosegue come il racconto di uno speleologo a caccia di reperti rari, o di un antropologo, in cerca di razze in via d’estinzione. Lungo il suo percorso trova due piccole, vitali editrici triestine, Asterios e Beit, la parmense Diabasis e la milanese Hefti. Abbiamo cercato di scoprire qualcosa di più, sulle singole “perle” scovate da Magris. In questo nostro articolo parliamo delle prime due citate, la romana Edizioni del Lavoro e la napoletana Imprint-Profeta. In un prossimo pezzo (clicca qui per leggere) tratteggeremo gli altri profili, veri ossi di seppia lungo spiagge sempre più deserte.

Nasce 33 anni fa, Edizioni del Lavoro, come costola editoriale della Cisl (ma è fresco il passaggio della maggioranza societaria ad un editore puro, la storica casa salernitana Avagliano). Ovvia partenza con i temi del lavoro, dell’economia e della società; poi si passa all’etica, la globalizzazione, la convivenza civile. Tra gli autori pubblicati, sul finire dello scorso millennio, Jurgen Habermas, Alain Touraine, Andrè Gorz, Michel de Certeau, Frank Tennenbaum. Cominciano a germogliare le collane, “Oltre il Novecento”, “Il lato dell’ombra” che poi diventa “L’altra riva”. Le ultime due segnano l’ingresso nella narrativa, con autori africani e caraibici come Tahar Ben Jellum (“Moha il folle, Moha il saggio”), Nagib Mahfuz (“Miramar”), poi Moris Farhi (“Giovane turco”), Giasmina Khadra (“Cugina K”), Kemal Yalcyn (“Con te sorride il mio cuore”). Sempre più spiccato, negli anni, l’interesse della casa editrice per la multiculturalità che si manifesta anche sul versante della saggistica, in particolare con la collana “Islam”, che raccoglie contributi di alcuni tra i più importanti islamisti italiani. Tra le novità un fresco di ristampa (dicembre 2014, prima edizione nel 1986), “Ritorno ad Haifa”, romanzo breve di Ghassan Kanafani, traduzione di Isabella Camera d’Afflitto (prima docente all’Orientale di Napoli, poi alla Sapienza di Roma): uno splendido racconto che vede insieme due storie, due diaspore, ebraica e palestinese, destini che s’incrociano (e sullo sfondo i campi di sterminio ad Auschwitz): scrittore, giornalista e portavoce del Fronte popolare di liberazione della Palestina, Kanafani morì bruciato in un attentato con la nipote sedicenne, probabile ritorsione del Mossad per la strage all’aeroporto di Lod. La perla di Glissant, ossia “Il quarto secolo”, era stata invece pubblicata nel 2003, con “la splendida traduzione di Elena Pessini”, come sottolinea Magris.

Del tutto diversa la breve storia di Imprint-Profeta. La mini editrice nasce nel 2006 per impulso di uno dei più geniali grafici partenopei, Alfredo Profeta, che con la compagna e giornalista Laura Lambiase, decide di dar vita alla sigla. Va subito alle stampe un volume su uno dei maestri della cultura e dell’editoria a Napoli, Gaetano Macchiaroli (e anche la fine dell’omonima libreria ‘Macchiaroli’ di via Carducci, nel cuore di Napoli – storico avamposto di cultura – è uno tra gli episodi più tristi). E segue subito il botto, ossia la pubblicazione del capolavoro, “Notizie dall’impero” di Fernando Del Paso, così dipinto da Magris: “un vastissimo e geniale affresco narrativo, innovatore nel linguaggio e nella struttura, cui anche personalmente devo alcune illuminazioni essenziali, tradotto splendidamente da Giuliana Dal Piaz”.

Ma cerchiamo di scoprire come questo capolavoro, celebre all’estero, ignorato in Italia, sia arrivato alla… periferia dell’impero, tra le lande napoletane. A raccontarci l’incredibile è Laura Lambiase: “Alfredo ed io eravamo molto amici di Giuliana Dal Piaz, e lei ci parlava spesso dell’opera di Del Paso, che non riusciva a essere pubblicata nel nostro paese. La Mondadori, diceva, non l’ha voluto, lui, Del Paso, ci terrebbe ad uscire in Italia. Da qui la nostra proposta, siamo appena nati ma lo pubblichiamo noi. Abbiamo ottenuto i diritti gratis, cioè non abbiamo dovuto spendere un euro anche perchè eravamo così piccoli…”. Quante copie avere stampato?, chiediamo. “Avevamo poche risorse, ne abbiamo stampate 500”. E per la distribuzione? “A mano, noi, nelle principali librerie di Napoli e qualcuna in Campania”. Commenta ancora Laura Lambiase: “Ne abbiamo ancora parecchie in giacenza, ne hanno acquistate poche”. Perchè nessuno lo sapeva, come osserva Magris, “perchè è difficile comperare un libro se non si sa che esiste”. E il piccolo difficilmente si può trasformare in Davide, e abbattere in un sol colpo colossi & moloch che dettano le loro regole. Quindi, può ben capitare che un capolavoro resti praticamente in soffitta: perchè snobbato dal colosso Mondadori, stavolta, perchè non gradito dai big, indigesto alla distribuzione o le altre diavolerie del “sistema”. Quindi, il pubblico viene privato di un possibile bene “comune”, amputato in suo diritto “civile”: ma tanto, abbiamo Canzonissima!

Ma come è andata a finire con Imprint-Profeta? Tra grandi fatiche e missioni impossibili, qualche titolo ancora pubblicato, come “Asmara-Napoli” scritto da Gerardo Maria Cantore, o il “Salvatore Pica 1968-2008 Vissi d’arte”. Poi la morte del fondatore nel 2010, Alfredo Profeta, quindi le solite difficoltà in un contesto da economico da brividi, la liquidazione dell’esperienza. Ora i ricordi. Di una breve, intensa stagione. E di quella perla di Fernando Del Paso. Che circola proprio come un samizdat. Ne abbiamo appena ricevuto una copia da Laura Lambiase: un piego libri aperto con devozione. Come una borraccia nel deserto.

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