Editoria

Libertà di stampa e risarcimenti record: il caso Cipriani-Il Fatto Quotidiano apre un tema che riguarda tutti

I legali di Cipriani, marito della Minetti, hanno intentato due giudizi nei confronti de Il Fatto Quotidiano per importi che, secondo quanto riportato dalla stampa, raggiungono i 5 milioni di euro in Italia e i 250 milioni di dollari negli Stati Uniti.

Si tratta di cifre che pongono un interrogativo non irrilevante sul rapporto tra tutela della reputazione e sostenibilità economica dei giornali. In altri termini, ci si deve chiedere se una richiesta risarcitoria di tali dimensioni possa determinare, in caso di soccombenza, conseguenze tali da compromettere la continuità aziendale di una testata giornalistica.

E questo è il primo tema: il rapporto tra libertà di stampa e valore economico dei contenziosi promossi per diffamazione e risarcimento dei danni. In altri termini, può una sentenza di un Tribunale stravolgere i conti di un giornale al punto da indurlo a chiudere?

Due interessi pubblici si contrappongono. Da un lato vi è la libertà di informazione; dall’altro la tutela della dignità e della reputazione delle persone. Il problema è che il punto di equilibrio tra questi due valori fondamentali non appare ancora pienamente definito, soprattutto quando le pretese economiche assumono dimensioni tali da incidere sulla sopravvivenza stessa dell’impresa editoriale.

Le imprese editrici conoscono bene il costo delle cause per diffamazione. Le spese legali fanno parte dei bilanci preventivi perché, indipendentemente dall’esito del giudizio, il contenzioso comporta comunque costi rilevanti. Inoltre, non è infrequente che le spese vengano compensate, con la conseguenza che una parte significativa dell’onere economico resta comunque a carico delle parti. Un costo fisso per i giornali che affrontano decine di cause ogni anno.

Un argomento del genere meriterebbe la massima attenzione da parte del legislatore. Serve un sistema che garantisca pienamente il diritto dei cittadini a ottenere tutela quando siano lesi da informazioni false o diffamatorie, senza però trasformare il rischio economico del contenzioso in un deterrente all’esercizio della libertà di informazione. I mezzi di comunicazione e i giornalisti devono naturalmente assumersi la responsabilità di ciò che scrivono. Ma sanzioni e risarcimenti non dovrebbero tradursi, nei fatti, in strumenti capaci di determinare l’espulsione di una testata dal mercato editoriale. E questo è il primo tema.

Il secondo riguarda invece Il Fatto Quotidiano. La difesa dell’inchiesta da parte del quotidiano diretto da Marco Travaglio non si è limitata alla rivendicazione delle ragioni giornalistiche. Infatti il giornale ha progressivamente trasformato le  proprie ragioni in una contestazione della querela.

Sono stati richiamati, tra gli altri elementi, la grazia che il Presidente della Repubblica ha concesso a Nicole Minetti e l’attività investigativa svolta dalla Procura della Repubblica, nel tentativo di rafforzare la credibilità dell’impianto giornalistico contestato. Sulla base delle dichiarazioni raccolte da una massaggiatrice è stata inoltre proposta una ricostruzione dei fatti che il giornale ritiene confermativa delle proprie tesi.

Il Fatto fa bene a difendere con veemenza le proprie ragioni. Fa parte del diritto di cronaca e del diritto di difesa rivendicare la correttezza del proprio operato. Tuttavia non può recriminare sull’esercizio dell’azione legale da parte di Cipriani. Chi ritiene di essere stato leso da una pubblicazione giornalistica ha il diritto di rivolgersi ai giudici, esattamente come il giornale ha il diritto di sostenere la fondatezza delle proprie inchieste.

Perché se c’è in Italia un giornale che ha sempre manifestato fiducia nella magistratura e nelle decisioni dei giudici è proprio Il Fatto Quotidiano. Ed è dunque naturale che affronti il giudizio con la serenità di chi ritiene di avere agito correttamente e di poter dimostrare in giudizio la fondatezza delle proprie affermazioni. Perché, se la giustizia è uguale per tutti, essa deve esserlo anche per chi quotidianamente ne invoca l’intervento e ne difende l’operato. Se la giustizia è uguale per tutti, anche Travaglio sta nel mucchio.

Enzo Ghionni

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