Libertà di stampa, il richiamo dell’Europa passa anche dalla Rai

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Nella classifica mondiale sulla libertà di stampa elaborata da Reporter senza frontiere l’Italia ha perso sette posizioni. Pochi giorni dopo la Commissione europea ha richiamato formalmente il nostro Paese nel rapporto annuale sullo Stato di diritto per la mancata attuazione di alcune delle disposizioni previste dall’European Media Freedom Act.

Il dibattito politico è troppo preso dalla vicenda del gioielliere Roggero per affrontare seriamente un tema centrale per la democrazia: lo stato della libertà e del pluralismo dell’informazione in Italia.

In Italia esiste sicuramente un sistema ancora pluralistico. Ma fino a quando reggerà? Nel valzer di acquisizioni delle quote dei grandi giornali si è assistito all’ingresso di imprenditori che attraverso l’editoria tutelano altri interessi.

E i piccoli editori vivono una crisi inarrestabile tra copie che calano e piattaforme che assorbono gran parte della pubblicità. Nell’emittenza radiotelevisiva continuano le operazioni di concentrazione con pochi grandi player che assorbono la quasi totalità del mercato pubblicitario. La concessionaria pubblica affanna in attesa che la politica decida sulle nomine.

Il punto diventa comprendere per quali ragioni l’Italia non applichi pienamente il nuovo modello europeo di tutela del pluralismo dell’informazione. Ma, soprattutto, perché di questo non se ne parli.

La relazione della Commissione europea sullo stato di attuazione del regolamento europeo sulla libertà dei media (European Media Freedom Act) è precisa. Molte delle disposizioni del regolamento, direttamente applicabili negli ordinamenti degli Stati membri, richiedono ancora interventi organizzativi e normativi che l’Italia non ha completato. Eppure, l’EMFA introduce una serie di obblighi giuridici che gli Stati membri devono rispettare.

Ed è proprio su alcuni di questi obblighi che l’Italia continua a mostrare le maggiori difficoltà.

Partiamo dal servizio pubblico radiotelevisivo. Il Regolamento europeo prevede sostanzialmente due cose. Ossia che la governance sia disciplinata da procedure trasparenti che garantiscano l’indipendenza dai Governi e che ci sia un finanziamento stabile e prevedibile.

Sono due cose diverse, ma che rientrano in una stessa logica.

Il tema delle nomine dei vertici della Rai è da sempre oggetto di accese discussioni politiche. E la scena è sempre la stessa. Le minoranze di turno accusano le maggioranze di condizionare l’informazione attraverso le nomine dei vertici dell’azienda. Nel corso degli ultimi trenta anni sono state avanzate veramente tante proposte: l’istituzione di un’Autorità, la creazione di una Fondazione, l’apertura a privati del capitale sociale.

In realtà il vero argomento è che in ogni caso qualcuno dovrà fare le nomine e il nominato, comunque, sarà condizionato da chi gli ha affidato l’incarico. Se si decidesse di cedere le quote della società ad una Fondazione, chi nominerà il presidente della Fondazione che, a sua volta, nominerà i vertici della società? La commissione parlamentare di garanzia è sicuramente uno strumento di tutela del pluralismo, in quanto organo istituzionale, ma è composta da esponenti designati in proporzione alla rappresentanza parlamentare. Ed è evidente che la maggioranza finisce per prevalere, nonostante la Presidenza sia affidata alla minoranza.

Il punto è che il senso stesso dell’istituzione si perde nelle polemiche da stadio e la situazione di stallo rende la situazione ancora più grave. La Rai è la più grande impresa culturale del Paese e va tutelata. Ma si deve andare oltre il populismo e garantire, sulla scia del Regolamento europeo, che le norme sulle nomine assicurino realmente il pluralismo. L’obiettivo del Media Freedom Act non è quello di costruire una Rai senza politica, ma una Rai nella quale la maggioranza non possa trasformare il diritto di governare in un monopolio dell’informazione pubblica.

Questo obiettivo è realizzabile solo prendendo atto che i vertici non possono che essere nominati dalle maggioranze chiamate dagli elettori a governare il Paese, ma che le minoranze hanno diritto a una presenza effettiva nei consigli di amministrazione e negli organi di controllo. Qualcuno la potrebbe chiamare spartizione, ma non è questo. Un’azienda pubblica non può che essere guidata da esponenti indicati dalla maggioranza chiamata dagli elettori a governare il Paese. Ma guidare non significa occupare tutte le posizioni di vertice, garantendo, invece, a tutte le componenti politiche una adeguata rappresentanza, capace di tradursi anche in un effettivo pluralismo dei contenuti e delle sensibilità presenti nel servizio pubblico.

Il punto centrale diventa, invece, il finanziamento della concessionaria pubblica. Senza un’adeguata provvista finanziaria garantita per legge e con il requisito della certezza, tutta l’informazione dipende dal Governo, che con un emendamento in una legge di bilancio può condizionare l’intera struttura redazionale. L’indipendenza del servizio pubblico non dipende soltanto da chi nomina gli amministratori, ma anche da chi può decidere, anno dopo anno, le risorse economiche necessarie per il suo funzionamento. È proprio questo uno dei principi che il Media Freedom Act intende rafforzare.

Sarebbe arrivato il momento che il dibattito sulla Rai si concentri sugli aspetti essenziali e lasci alle spalle la demagogia che ha portato, addirittura, allo scioglimento della Commissione di garanzia.

Questo articolo apre una serie di approfondimenti di editoria.tv dedicati all’European Media Freedom Act. Nei prossimi appuntamenti analizzeremo la libertà editoriale dei giornalisti, il rapporto tra piattaforme digitali e imprese editoriali, la pubblicità istituzionale e le nuove regole europee sulle concentrazioni nel mercato dei media.

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