È stato pubblicato il quinto rapporto annuale della Civil Liberties Union for Europe (Liberties), che riporta al centro del dibattito europeo una questione che va ben oltre il settore dell’informazione: la libertà dei media come indicatore dello stato di salute della democrazia.
Il rapporto evidenzia che nell’Unione europea è in atto una pressione crescente e sistematica sul sistema mediatico. Il dato più evidente è la progressiva concentrazione della proprietà: sempre meno soggetti controllano quote sempre più rilevanti del mercato, con effetti diretti sul pluralismo e sull’indipendenza editoriale. Non a caso, il rapporto invita le istituzioni europee a mantenere un livello di “massima allerta”, parlando apertamente di libertà e pluralismo “sotto attacco costante”.
Accanto alla concentrazione proprietaria, emergono diverse forme di interferenza politica che incidono concretamente sulla capacità delle testate di operare in autonomia, anche attraverso strumenti di sostegno non sempre trasparenti o adeguatamente regolati. Il risultato è una limitazione dell’autonomia editoriale e, di riflesso, della libertà di espressione dei giornalisti.
In questo quadro, il rapporto ribadisce un principio ormai consolidato nell’analisi giuridico-istituzionale: il sistema dei media rappresenta un indicatore diretto dello stato di diritto. Dove quest’ultimo si indebolisce – per scelte politiche o per inerzia istituzionale – anche l’indipendenza dell’informazione tende a deteriorarsi.
Il 2025 segna, sotto questo profilo, un punto di particolare criticità. Il rapporto parla apertamente di una fase di crisi nella sicurezza dei giornalisti, caratterizzata da un aumento sia degli episodi di violenza fisica sia delle pressioni di natura legale.
I dati confermano questa tendenza. In Italia sono stati registrati 118 attacchi contro giornalisti, con 15 episodi di violenza fisica e circa 20 professionisti costretti a vivere sotto protezione. Nei Paesi Bassi si contano oltre cento minacce, decine di intimidazioni e più di cinquanta aggressioni. A questi numeri si aggiunge la crescita significativa delle molestie online, con centinaia di episodi gravi, comprese minacce di morte.
Non mancano episodi di particolare gravità, come l’attentato con esplosivo contro l’abitazione del direttore di To Vima, Yannis Pretenteris, o il caso che ha coinvolto il giornalista italiano Sigfrido Ranucci. Parallelamente, il rapporto segnala campagne di delegittimazione da parte di esponenti politici in diversi Stati membri e richiama l’attenzione su casi di sorveglianza nei confronti di giornalisti, tra cui alcuni episodi registrati anche in Italia.
Un altro problema, attualissimo in Italia, è quello legato alle cause per diffamazione, spesso temerarie, che espongono le imprese editoriali a costi certi, connessi alle spese legali, e a esiti spesso sproporzionati rispetto all’effettiva diffusione delle notizie, con impatti diretti sulla sostenibilità economica delle imprese editoriali.
Il ricorso alle cosiddette Slapp (Strategic Lawsuits Against Public Participation), cioè azioni legali strategiche contro la partecipazione pubblica, rappresenta uno strumento efficace di pressione sulle imprese editoriali, inducendole a evitare la pubblicazione di notizie e, soprattutto, l’espressione di opinioni su soggetti notoriamente inclini al contenzioso.
Un ulteriore elemento critico riguarda la struttura proprietaria del settore. In diversi Paesi europei si registrano livelli elevati di concentrazione, spesso accompagnati da interferenze dirette o indirette sul contenuto editoriale. Il rapporto richiama, tra gli altri, i casi dell’Ungheria, dove la copertura mediatica favorevole al governo raggiunge livelli molto elevati, e della Slovacchia, dove il servizio pubblico risulta sottoposto a un controllo politico diretto. Dinamiche analoghe, seppur con intensità diverse, si osservano anche in altri grandi mercati europei, inclusi Francia e Germania e anche nel contesto italiano.
A questo quadro si affianca un progressivo deterioramento della fiducia dei cittadini nei confronti dei media. Solo una minoranza degli Stati membri registra livelli considerati relativamente elevati, mentre in diversi Paesi dell’Europa orientale e meridionale la fiducia è ormai su livelli critici.
Infine, il rapporto evidenzia i ritardi nell’attuazione delle principali iniziative normative europee. In particolare, sia la direttiva anti-Slapp sia l’European Media Freedom Act, strumenti che potrebbero incidere in modo significativo sulla tutela del pluralismo e dell’indipendenza, oltre a non essere attuati, non trovano spazio nel dibattito pubblico.
In questa fase storica l’Europa dovrebbe avere un ruolo strategico nella difesa della democrazia. Ma questa funzione richiede, innanzitutto, la piena tutela dei principi all’interno dell’Unione e degli Stati membri. In assenza di un intervento effettivo, il rischio è un progressivo indebolimento delle garanzie democratiche.







