Il 7 giugno 2000, esattamente dodici anni fa, fu approvata all’unanimità in Parlamento la legge 150, che nelle intenzioni del legislatore avrebbe dovuto regolamentare l’attività di informazione e comunicazione nella pubblica amministrazione. Avrebbe dovuto, appunto, perché ancora oggi la legge è inapplicata. Un’anomalia tutta italiana, peraltro in qualche modo legata all’ambiguità del testo approvato in Parlamento che lasciava alle amministrazioni pubbliche la facoltà del recepimento della normativa. Una facoltà purtroppo trasformatasi in arbitrio.
Molti uffici stampa pubblici soffrono in maniera evidente il disagio per la mancata applicazione della legge 150, e molti giornalisti impegnati in uffici stampa pubblici sono stati costretti a rivolgersi alla magistratura del lavoro per vedersi riconoscere e tutelare diritti pervicacemente negati da chi nella pubblica amministrazione ricopre posizioni dirigenziali di potere.
Con la legge 150 nel 2000 si riteneva di aver trovato una strada nuova per dare piena dignità a un giornalismo considerato fino a quel momento “di serie B”. Si pensava che dalla legge al contratto ci sarebbe voluto poco, ma il pieno riconoscimento professionale dei giornalisti degli uffici stampa è una strada ancora lunga e irta di difficoltà: a volte considerati portaborse, altre volte uomini della propaganda, in alcuni casi “co.co.co.”, nelle migliori delle ipotesi talvolta pubblici impiegati e basta.
Un merito però la legge 150 lo ha avuto indubbiamente, ovvero rendere esplicito sotto l’aspetto normativo il riconoscimento che negli uffici stampa pubblici possono essere assunti e lavorare solo giornalisti e non figure di altro tipo. Ed è così che in questi dieci anni oltre 1300 giornalisti in Italia sono stati contrattualizzati e assunti negli uffici stampa della pubblica amministrazione.
Ora, all’orizzonte, i segnali sono però poco incoraggianti, dal blocco dei contratti nel pubblico impiego che coinvolge anche quelli privatistici al mancato riconoscimento dell’incidenza per il lavoro domenicale, dal mancato pagamento dell’indennità di inviato occasionale alle persistenti difficoltà normative nel passaggio da Inpdap e Inps all’Inpgi dei contributi previdenziali. Per i giornalisti della pubblica amministrazione, potranno aumentare le responsabilità e la mole di lavoro, ma non potrà parimenti corrispondere nessun aumento di retribuzione, e in molti casi le amministrazioni pubbliche cercano oggi addirittura di disconoscere diritti contrattuali che la giurisprudenza ha sancito in modo inequivocabile.
Bisognerà allora vigilare con ancora maggiore attenzione, consapevoli delle numerose difficoltà che si presenteranno lungo il cammino e consapevoli che in gioco c’è il giusto riconoscimento professionale di giornalisti che, un tempo considerati di serie B, sono oggi quelli che ogni giorno sfornano comunicati che spesso ritroviamo il giorno dopo ricopiati pari pari sulle più importanti testate nazionali e regionali, e prodotti video e audio che poi molte emittenti ripropongono tali e quali come sono loro pervenuti in redazione.
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