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Le testate online in affanno. Spese di gestione alte e pochi affari. L’obiettivo è la sopravvivenza

Ci sono tre francesi, tre italiani e tre tedeschi rimasti sulla torre: non sono i protagonisti dell’ennesima barzelletta, ma le nove realtà più emblematiche del giornalismo indipendente, nato esclusivamente online, dell’Europa occidentale. Per loro e per i loro giornalisti, «Survival is success», ovvero, sopravvivere è il loro successo, almeno per come sono messe le cose nei media di questi tempi. E proprio su di loro si concentra una ricerca pubblicata dall’università di Oxford e dal suo Risj, Reuters Institute for the Study of Journalism, la prima a esaminare con attenzione il panorama delle start-up giornalistiche dell’ovest europeo, allo scadere di un decennio – quello passato – in cui i modelli e i giornali sono cambiati così tanto da parlare di «distruzione creativa» nel settore dei media. I due ricercatori di Oxford (il danese Rasmus Klaus Nielsen e l’italiano Nicola Bruno, che collabora anche con il Corriere della Sera oltre ad essere socio-fondatore di una cooperativa giornalistica italiana, Effecinque) hanno analizzato i dati della sostenibilità economica di nove realtà europee, guardando ai loro bilanci, dati di ascolto, raccolta pubblicitaria e autorevolezza. Tutti rispondevano a canoni precisi: dovevano essere vere redazioni giornalistiche con contenuti che fossero tali, essere nati esclusivamente sul web e per il web (versioni mobili incluse), non arrivare da costole di grandi editori cartacei. Per l’Italia, il Risj ha analizzato i tre player puri più in vista, ovvero Linkiesta, Il Post e Lettera 43. In Germania, le aziende editoriali online analizzate sono invece Netzeitung, Perlentaucher, The European. In Francia, Rue89, Mediapart, AgoraVox. Tra loro, solo due si distinguono per essere riusciti a raggiungere il break even. E non sono italiane. La prima, la tedesca Perlentaucher (letteralmente, il pescatore di perle), offre una selezione ragionata di letture di altre testate ai suoi utenti abbonati e ha il vantaggio di una redazione snella, composta da meno di 5 persone, e offerte differenziate per i suoi utenti. La seconda, la francese Mediapart, è un caso anomalo nel panorama europeo, perché, pur partendo solo online, già dal 2008 ha perorato la causa dell’abbonamento: 9 euro al mese per il più completo, e la possibilità di leggere informazioni indipendenti, curate comunque da giornalisti usciti da grandi testate come Le Monde o Libération. Nel nostro Paese le testate nate esclusivamente online di respiro nazionale sono molto poche: per anni il mercato è stato dominato da Dagospia, che, a partire dal 2000, è stato per almeno 10 anni il solo esempio, nonostante la sua connotazione tutta dedita a gossip e notizie dai corridoi di palazzo. Dal 2010, con la nascita de Il Post e di Lettera43, e dal 2011, con l’arrivo di Linkiesta, anche l’Italia si è aggregata al resto d’Europa, presentando valide testate giornalistiche online molto più tardi rispetto agli altri Paesi. Per loro, la difficoltà è stata anche maggiore rispetto alle colleghe tedesche o francesi, arrivando in un Paese in cui le testate cartacee tradizionali dominano il mercato anche dell’online, dove il sistema di informazione televisivo è ancora più forte rispetto a quello cartaceo e internet. Per i tre casi esaminati in Italia, come sostengono gli autori della ricerca è ancora molto presto per capire se e quali sopravviveranno o cambieranno il sistema dei media italiani.  Spiccano anche le differenze tra le singole testate: un giornalismo di denuncia per Linkiesta, con pochi lettori e una redazione scarna, pochi giornalisti e una copertura globale per Il Post, un po’ a modello di super-blog, capitali forti iniziali e una redazione molto estesa invece per Lettera43, impegnata peraltro a diversificare lanciando nuovi canali e testate verticali nei prossimi tempi. Alla luce dell’analisi dei modelli di business, delle raccolte pubblicitarie dei singoli, e del panorama mediatico in cui sono inserite, per le start-up giornalistiche europee online il più grande successo, al momento, è la loro stessa sopravvivenza. In un mercato dominato da un lato dai vecchi media e dall’altro – sul fronte pubblicitario – da grandi marchi che hanno di fatto il monopolio, come Google, alle nuove realtà non resta che buttarsi oltre l’ostacolo: per esempio guardando a casi americani di successo, come l’Huffington Post o Politico.com, protagonisti anche dei Pulitzer di quest’anno. Ma anche: diversificare, distinguersi seguendo una propria linea editoriale, senza seguire per forza l’andamento dei «grandi».

Luana Lo Masto

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