Le elezioni corrono sui tweet Ma la legge non se n’è accorta

Le norme che regolano la par condicio risalgono al 22 febbraio 2000. Può sembrare ieri: non lo è. Tredici anni fa non esisteva Facebook, né Twitter; il Corriere era online da due anni, e sul web muoveva i primi passi una compagnia chiamata Google. Nei 57.266 giorni passati dalla sua entrata in vigore, il mondo della «comunicazione politica» che la legge 28/2000 vorrebbe regolare «durante le campagne elettorali e referendarie» è profondamente cambiato: ma il legislatore non se n’è accorto, o ha finto di non farlo (benché i profili Facebook e Twitter dei politici, e persino dei loro animali domestici, si sprechino). Così, ancora una volta, a condurre gli italiani alle urne sarà una norma composta da 3.683 parole, che cita 21 volte le emittenti radiotelevisive, quattro volte quotidiani e periodici, ma zero Internet.

Quella legge, riconosce oggi l’ex ministro delle Comunicazioni Paolo Gentiloni (Pd), «fu una pezza posta dall’allora governo di centrosinistra sulla mancata approvazione di una norma sul conflitto d’interessi, per impedire soprattutto gli spot a pagamento». Il risultato, in quella che in Italia è la prima campagna elettorale per le Politiche giocata sui social network , è però vagamente surreale. È di due giorni fa, ad esempio, la pronuncia del Garante per le comunicazioni che impedisce la diffusione di sondaggi nei 15 giorni prima del voto (come previsto dalla legge 28) anche attraverso applicazioni a pagamento per smartphone e tablet , perché questo renderebbe accessibili i risultati delle rilevazioni a un pubblico potenzialmente molto vasto.

A prescindere dal peso che i sondaggi hanno nello spostare voti (discutibile: negli Usa, il blogger Nate Silver del New York Times ha pubblicato il suo ultimo studio alle 10.10 del 6 novembre, a urne aperte, ma nessuno si è sognato di accusarlo di aver falsato il risultato elettorale), questa scelta non eviterà che quegli stessi dati vengano diffusi in forma semiclandestina, magari attraverso un post o un tweet.Toccherà alla prossima legislatura ripensare quelle norme. E riflettere, in ritardo ma (si spera) lucidamente e senza volontà censorie, sulle caratteristiche della Rete.

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