Il mercato della comunicazione continua a crescere, l’editoria no. È quanto emerge dall’Osservatorio sulle comunicazioni n. 2/2026 dell’AGCOM, aggiornato al primo trimestre del 2026, che restituisce l’immagine di un settore ancora attraversato da una crisi strutturale.
I dati mostrano, soprattutto, che la contrazione dei ricavi del settore dell’editoria classica non dipende da una generale riduzione delle risorse destinate alla comunicazione. Al contrario, il valore complessivo dei mercati di competenza dell’Autorità ha raggiunto nel 2025 i 58,84 miliardi di euro, con una crescita del 3,4% rispetto all’anno precedente e dell’11,2% rispetto al 2021.
All’interno di questo quadro positivo, tuttavia, le risorse dell’editoria quotidiana e periodica sono diminuite da 3,04 miliardi di euro nel 2021 a 2,48 miliardi nel 2025. In cinque anni il comparto ha quindi perso circa 550 milioni di euro, pari al 18,2% del proprio valore.
La pubblicità cresce, ma sulle piattaforme
Il dato assume un significato ancora più rilevante se confrontato con l’andamento della pubblicità online. Nello stesso periodo, infatti, il valore di questo mercato è passato da 5,54 a 8,42 miliardi di euro, registrando una crescita complessiva del 52%.
La parte largamente prevalente di tali risorse è riconducibile alle piattaforme digitali: secondo le stime dell’AGCOM, nel 2025 esse hanno raccolto circa 7,37 miliardi di euro, con un aumento del 7,1% rispetto al 2024 e del 63,7% rispetto al 2021.
Quindi oggi chi non produce informazione, e quindi non ne sostiene i costi, fattura circa 4 volte di più di chi lo fa. Per intenderci, pensando al vecchio modello cartaceo è come se per un giornale venduto ad un euro l’editore incassasse 29 centesimi e il giornalaio 71 centesimi.
Il problema dell’editoria non sembra risiedere, dunque, nella scomparsa del mercato pubblicitario, quanto nella progressiva difficoltà degli editori a intercettarne la crescita. Le risorse si spostano verso l’ambiente digitale, ma vengono assorbite in misura sempre maggiore dai grandi operatori tecnologici che controllano l’accesso agli utenti, la distribuzione dei contenuti e i sistemi di profilazione pubblicitaria.
Si consolida così uno squilibrio già noto: gli editori sostengono i costi della produzione dell’informazione professionale, mentre una quota crescente del valore economico generato dalla sua circolazione viene trattenuta dai soggetti che ne intermediano la diffusione.
Le vendite dei quotidiani continuano a diminuire
L’Osservatorio conferma anche la persistente contrazione delle copie vendute.
Nel primo trimestre del 2026 sono state acquistate complessivamente 118 milioni di copie di quotidiani, corrispondenti a circa 1,5 milioni di copie medie giornaliere. La diminuzione è del 7,6% rispetto allo stesso periodo del 2025 e del 24,8% rispetto al 2022.
La flessione più consistente interessa ancora una volta il prodotto cartaceo. Nei primi tre mesi del 2026 sono state vendute 85 milioni di copie, contro i 94 milioni del 2025 e i 125 milioni del 2022. La perdita è quindi pari al 10% su base annua e al 32,2% nell’arco di quattro anni.
Il confronto tra quotidiani nazionali e locali non evidenzia differenze sostanziali. Rispetto al 2025, le vendite delle testate nazionali sono diminuite del 7,9%, mentre quelle delle testate locali hanno registrato una riduzione del 7,3%. Estendendo l’osservazione al 2022, tuttavia, sono proprio i quotidiani locali a mostrare la contrazione più accentuata, pari al 26,6%.
Il digitale non compensa la perdita della carta
Il passaggio al digitale, almeno nella forma della copia replica del quotidiano cartaceo, non sembra ancora in grado di compensare la riduzione delle vendite tradizionali.
Nel primo trimestre del 2026 le copie digitali sono diminuite dell’1,1% rispetto all’anno precedente. Il confronto con il 2022 resta positivo, con una crescita del 4%, ma i volumi risultano sostanzialmente fermi intorno ai 34 milioni di copie complessive.
Il mercato digitale presenta inoltre un livello di concentrazione particolarmente elevato. Le prime cinque testate per numero di copie digitali vendute – Corriere della Sera, Il Sole 24 Ore, la Repubblica, Il Fatto Quotidiano e La Gazzetta dello Sport – rappresentano da sole il 63% del mercato.
Un segnale parzialmente positivo arriva dalle testate locali. Per i primi dieci quotidiani locali le copie digitali sono aumentate del 2,1% rispetto al 2025 e del 13,7% rispetto al 2022. Si tratta di un’indicazione interessante, che potrebbe riflettere la presenza di una domanda di informazione legata al territorio ancora disponibile a riconoscere un valore economico al prodotto editoriale.
Anche in questo caso, però, la crescita del digitale rimane insufficiente a compensare la flessione della carta, che per le stesse testate locali raggiunge il 9,9% nell’ultimo anno e il 31,9% rispetto al 2022.
Diminuiscono anche gli utenti dei siti di informazione
Le difficoltà non riguardano soltanto la vendita delle copie. Nel marzo 2026 i siti e le applicazioni di informazione generalista hanno raggiunto 37,1 milioni di utenti unici, con una diminuzione dell’1% rispetto allo stesso mese del 2025 e del 6% rispetto al 2022.
Tra le principali testate, il sito di Repubblica ha registrato circa 28,8 milioni di utenti unici, in calo dell’8,9% su base annua, mentre il Corriere della Sera ha raggiunto 26,6 milioni di utenti, con una riduzione dell’8%. In controtendenza TGCom24, cresciuto del 7,2%.
Nello stesso periodo gli utenti dei social network sono invece aumentati dello 0,9%, raggiungendo 39,2 milioni. Il confronto conferma la crescente centralità delle piattaforme anche nell’accesso ai contenuti informativi.
Una crisi del modello economico, non della domanda di informazione
I dati dell’AGCOM suggeriscono che la crisi dell’editoria non possa essere interpretata esclusivamente come conseguenza della riduzione delle copie cartacee. Il nodo centrale è ormai rappresentato dalla capacità degli editori di trasformare l’attenzione digitale in ricavi adeguati a sostenere la produzione giornalistica.
La pubblicità online continua a crescere, così come rimane elevato il numero di cittadini che accedono quotidianamente alle notizie attraverso Internet. Ciò che si riduce è la quota di valore che resta nelle disponibilità delle imprese editoriali.
In questa prospettiva, anche le politiche pubbliche per l’editoria dovrebbero essere valutate non soltanto come strumenti di compensazione delle perdite, ma come interventi destinati a rafforzare l’autonomia economica, tecnologica e distributiva delle imprese. Innovazione dei prodotti, conoscenza degli utenti, sistemi di abbonamento, valorizzazione dei contenuti e minore dipendenza dalle piattaforme costituiscono parti di una medesima strategia.
L’Osservatorio AGCOM conferma, in definitiva, che la transizione digitale non coincide automaticamente con la sostenibilità dell’editoria. Il mercato cresce e le risorse pubblicitarie aumentano, ma il valore si concentra altrove. È su questa frattura che si giocherà una parte decisiva del futuro dell’informazione professionale.
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