L’AI si nutre dei contenuti degli editori: all’AGCOM parte la battaglia su diritti e compensi

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L’intelligenza artificiale non sta cambiando soltanto il modo in cui vengono prodotti e distribuiti gli articoli dei giornali. Sta modificando l’intera industria dei contenuti: informazione online, libri, programmi televisivi, radio, video, immagini e archivi possono essere utilizzati dai sistemi generativi per addestrare i modelli, costruire risposte, creare sintesi e offrire direttamente agli utenti contenuti che fino a ieri venivano fruiti attraverso gli editori. È dentro questo scenario che AGCOM ha istituito il Tavolo tecnico per la garanzia del pluralismo e la tutela del diritto d’autore sulle piattaforme digitali che utilizzano sistemi di intelligenza artificiale, aprendo un confronto destinato a incidere sul futuro dei rapporti tra AI, piattaforme e industria italiana dei media.

Il Tavolo, istituito con la delibera 127/26/CONS del 27 maggio 2026, affronta alcuni dei nodi più delicati prodotti dall’arrivo dell’intelligenza artificiale: utilizzo dei contenuti protetti, trasparenza, equa remunerazione, effettività dell’opt-out, criteri con cui le piattaforme selezionano le notizie, pluralismo e contrasto alla disinformazione. Non si tratta quindi soltanto di stabilire se un contenuto possa essere utilizzato da una macchina, ma di capire a quali condizioni economiche e con quali garanzie possa avvenire questo utilizzo.

Il confronto coinvolge un sistema molto più ampio dei soli grandi quotidiani. Nel mondo dell’editoria entrano in gioco FIEG, FISC, FILE, FIPEG e AIE, insieme alle diverse realtà che rappresentano quotidiani, periodici, piccoli editori, informazione locale ed editoria libraria. Sul versante audiovisivo la questione interessa direttamente soggetti come Aeranti-Corallo e Confindustria Radio Televisioni, oltre ai grandi operatori televisivi come Rai e Mediaset. Il problema dell’AI diventa così comune a settori che fino a oggi hanno avuto modelli economici molto differenti.

Per i giornali il cambiamento è già evidente. Un motore di ricerca dotato di intelligenza artificiale non deve necessariamente limitarsi a indicare all’utente dove trovare un’informazione: può leggere diverse fonti, elaborarle e fornire direttamente una risposta. Il tradizionale rapporto tra piattaforme ed editori rischia quindi di cambiare. Per anni il meccanismo è stato relativamente semplice: i giornali mettevano a disposizione contenuti indicizzabili e i motori di ricerca restituivano traffico. Con l’AI una parte dell’informazione può invece essere consumata senza raggiungere il sito che l’ha prodotta.

Per FILE, FIPEG, FISC e per l’editoria locale e indipendente il problema assume anche una dimensione legata al pluralismo. Le piccole testate producono quotidianamente informazioni su amministrazioni locali, territori, economia, associazioni, tribunali e comunità. Sono contenuti che possono successivamente essere utilizzati dai sistemi generativi per rispondere alle domande degli utenti. Se però il valore prodotto dalla notizia rimane prevalentemente sulla piattaforma, mentre il costo della raccolta dell’informazione resta all’editore, il modello rischia di diventare progressivamente insostenibile.

Con AIE il problema si estende ai libri. Manuali, saggi, opere specialistiche e cataloghi editoriali costituiscono una quantità enorme di conoscenza potenzialmente utile ai sistemi generativi. Entrano quindi in gioco diritto d’autore, text and data mining, opt-out, licenze e remunerazione. Anche in questo caso la domanda fondamentale rimane la stessa: quanto vale per una macchina un contenuto che qualcun altro ha investito tempo e denaro per produrre?

Il capitolo audiovisivo rende il confronto ancora più complesso. Rai, Mediaset, le imprese rappresentate da Confindustria Radio Televisioni e l’emittenza locale rappresentata da Aeranti-Corallo producono ogni giorno telegiornali, programmi, interviste, servizi, immagini, video e contenuti radiofonici. A questi si aggiungono archivi costruiti nel corso di decenni e dotati di un enorme valore storico, informativo e commerciale.

L’intelligenza artificiale può trascrivere automaticamente una trasmissione, individuare informazioni all’interno di un telegiornale, sintetizzare un’intervista, analizzare immagini e video o utilizzare grandi quantità di materiale audiovisivo nello sviluppo dei propri sistemi. Il problema diventa quindi molto simile a quello affrontato dagli editori dei giornali: se una macchina guarda, ascolta, legge e rielabora un contenuto, quali diritti conserva chi quel contenuto lo ha prodotto?

Nel settore audiovisivo la questione può diventare persino più articolata perché all’interno dello stesso prodotto possono convivere diritti diversi: quelli dell’editore o del produttore, degli autori, dei giornalisti, degli interpreti, della musica, delle immagini e di altri materiali utilizzati nella produzione. Definire regole valide per l’AI significa quindi affrontare una catena di diritti molto più complessa della semplice riproduzione di un testo.

Uno dei punti centrali del Tavolo è proprio la remunerazione. Il principio è relativamente semplice: se le piattaforme ricavano valore economico dall’utilizzo di contenuti protetti, bisogna capire se e come una parte di quel valore debba essere riconosciuta a chi li ha prodotti. Molto più difficile sarà stabilire il metodo.

Un articolo può essere utilizzato per addestrare un modello oppure per costruire una risposta in tempo reale. Un libro può contribuire alle conoscenze generali di un sistema o essere utilizzato per produrre una sintesi. Un telegiornale può essere trascritto, analizzato o trasformato in informazioni utilizzabili da un assistente AI. Non esiste ancora una misura universale capace di attribuire un prezzo a utilizzi così differenti.

Altro nodo fondamentale è l’opt-out. Gli editori devono poter decidere se consentire determinati utilizzi delle proprie opere da parte dell’intelligenza artificiale. Per l’informazione online emerge però un problema particolarmente delicato: impedire a una piattaforma di utilizzare un articolo per l’AI non dovrebbe trasformarsi automaticamente in una perdita di visibilità nei servizi tradizionali della stessa piattaforma. Altrimenti la possibilità di scegliere rischierebbe di diventare soltanto teorica.

Poi c’è il pluralismo. Nell’epoca dei motori di ricerca tradizionali l’utente poteva trovarsi davanti a una pagina composta da numerosi risultati e scegliere quale fonte consultare. Con i sistemi generativi il modello può invece selezionare diverse fonti, combinarle e presentare una risposta unica. Diventa quindi importante capire quali fonti vengono utilizzate, con quali criteri vengono selezionate e quale spazio rimane alla diversità delle voci.

Il tema riguarda direttamente anche Rai, Mediaset, le televisioni e le radio locali. Se un assistente AI risponde a una domanda utilizzando informazioni provenienti da un telegiornale nazionale, da una trasmissione radiofonica o da un servizio realizzato da una piccola emittente territoriale, l’utente potrebbe non sapere nemmeno quale organizzazione abbia originariamente prodotto quella informazione. La fonte rischia di diventare invisibile mentre il suo contenuto continua a generare valore.

Infine c’è la disinformazione. I sistemi generativi possono produrre errori, attribuire dichiarazioni alla fonte sbagliata o presentare come certe informazioni inesistenti. Per gli editori e per le emittenti diventa quindi importante non soltanto proteggere economicamente i propri contenuti, ma anche impedire che il proprio nome venga associato a informazioni che non hanno mai pubblicato o trasmesso.

Il Tavolo AGCOM non ha ancora stabilito quanto una piattaforma debba pagare per utilizzare un articolo, un libro, un programma televisivo o un contenuto radiofonico. Non esiste oggi una tariffa italiana dell’AI. Il confronto serve proprio a costruire principi, metodologie, buone pratiche e possibili proposte regolatorie.

Ma la novità è già evidente: il problema non viene più considerato esclusivamente come una questione tecnologica. È diventato un problema industriale. FIEG, FISC, FILE, FIPEG, AIE, Aeranti-Corallo, Confindustria Radio Televisioni e i grandi operatori dell’audiovisivo come Rai e Mediaset rappresentano settori differenti, ma davanti all’intelligenza artificiale condividono una domanda sempre più simile: chi deve essere remunerato quando una macchina utilizza contenuti prodotti e finanziati da altri?

È questa la vera partita aperta all’AGCOM. L’intelligenza artificiale può rendere straordinariamente efficiente la distribuzione e la rielaborazione dell’informazione, ma non elimina il costo necessario per produrla. Un chatbot può riassumere un’inchiesta, ma qualcuno deve averla realizzata. Può spiegare una notizia locale, ma qualcuno deve averla raccolta. Può sintetizzare un libro, ma qualcuno deve averlo scritto e pubblicato. Può raccontare un servizio televisivo, ma qualcuno deve aver mandato una troupe a realizzarlo.

L’AI può imparare a leggere, ascoltare e guardare praticamente tutto. Il Tavolo AGCOM dovrà contribuire a stabilire quanto vale ciò che legge, ascolta e guarda e quali diritti devono restare a chi continua a produrlo.

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