Editoria

L’AI comincia a pagare i giornali, ma non tutti: il 71% degli accordi finisce ai media anglofoni

Dopo anni trascorsi a discutere se le aziende dell’intelligenza artificiale dovessero pagare o meno per utilizzare i contenuti dei giornali, una parte dell’industria editoriale sembra avere già imboccato una strada precisa: gli accordi commerciali tra piattaforme tecnologiche ed editori stanno aumentando e il giornalismo professionale comincia a essere riconosciuto come una materia prima preziosa per i sistemi generativi. Ma dietro quella che potrebbe apparire come una buona notizia per il settore sta emergendo un nuovo squilibrio. Il 71% degli accordi pubblicamente conosciuti tra aziende di intelligenza artificiale e media riguarda testate dei Paesi anglofoni occidentali, soprattutto Stati Uniti, Regno Unito e Canada. A mettere in fila i numeri è Reporters sans frontières, che l’11 settembre ha pubblicato un’analisi del nuovo mercato delle partnership tra informazione e AI e lancia un avvertimento che riguarda direttamente anche l’editoria europea e italiana: se le trattative continueranno a essere condotte individualmente e in modo poco trasparente, l’intelligenza artificiale potrebbe non soltanto accentuare la distanza economica tra piattaforme ed editori, ma creare una nuova gerarchia all’interno dello stesso mondo dell’informazione.

RSF ha ricostruito attraverso informazioni pubbliche circa 230 accordi conclusi tra editori e fornitori di AI generativa destinata al pubblico, prendendo in considerazione OpenAI, Microsoft, Mistral, Amazon, Qwant, ProRata, Google, Meta e Perplexity. La distribuzione è tutt’altro che uniforme. Gli Stati Uniti dominano nettamente la classifica con 128 accordi, mentre il Regno Unito ne conta 29. La Francia rappresenta una delle eccezioni europee più significative, anche grazie alle iniziative di Qwant, mentre per i gruppi tedeschi RSF ha individuato dieci accordi. Fuori dall’Occidente la distanza diventa enorme: in tutta l’Asia ne risultano appena nove e in India, nonostante una popolazione di circa 1,4 miliardi di persone e un enorme mercato dell’informazione, RSF ne individua soltanto due. In America Latina gli accordi pubblicamente identificati sono sei. Il dato deve essere letto con cautela perché il censimento non può essere esaustivo: molti contratti sono riservati e alcune aziende dichiarano numeri di partnership molto superiori a quelli di cui rendono noti i dettagli. Ma proprio questa opacità costituisce una parte del problema evidenziato dall’organizzazione.

Quello che sta accadendo è importante perché mostra come la discussione sull’AI e l’editoria stia rapidamente cambiando natura. Nella prima fase il confronto ruotava quasi esclusivamente attorno a una domanda: le aziende tecnologiche possono utilizzare gratuitamente gli articoli protetti da copyright per addestrare i propri modelli? Oggi quella battaglia continua nei tribunali — basti pensare alle cause promosse dal New York Times e, più recentemente, da The Seattle Times e Newsday contro OpenAI e Microsoft — ma parallelamente si sta costruendo un mercato. Alcuni editori hanno deciso di combattere, altri di negoziare e diversi stanno facendo entrambe le cose indirettamente, osservando le sentenze mentre cercano di capire quale possa essere il prezzo del proprio archivio, delle notizie in tempo reale e dell’autorevolezza della propria testata. La recente causa di Seattle Times e Newsday dimostra quanto il conflitto rimanga aperto: i due editori accusano OpenAI e Microsoft di avere utilizzato senza autorizzazione contenuti giornalistici protetti e sostengono che i chatbot possano sottrarre traffico e valore alle fonti originarie.

La vera novità messa in luce da RSF è però un’altra. Se l’AI comincia finalmente a riconoscere un valore economico ai contenuti giornalistici, chi riuscirà realmente a farsi pagare? Un grande gruppo internazionale dispone di archivi enormi, milioni di lettori, marchi conosciuti globalmente e strutture legali in grado di negoziare direttamente con OpenAI, Google, Microsoft o Amazon. Un piccolo quotidiano regionale, una testata locale o un editore indipendente partono da una posizione completamente differente. Eppure proprio quelle realtà producono una parte dell’informazione originale sulla quale l’intero ecosistema informativo finisce per appoggiarsi: cronaca locale, amministrazioni comunali, tribunali, economia territoriale, cultura e politica regionale. Se la nuova economia delle licenze dovesse remunerare prevalentemente poche grandi testate, il risultato sarebbe paradossale: l’AI riconoscerebbe finalmente che il giornalismo ha un valore, ma distribuirebbe quel valore soprattutto verso chi possiede già maggiore forza economica e negoziale.

C’è poi una seconda conseguenza, meno evidente ma forse ancora più importante. Gli accordi commerciali non determinano necessariamente soltanto quanto denaro riceve un editore. Possono incidere sulla disponibilità di contenuti aggiornati e affidabili all’interno dei sistemi AI e potenzialmente sulla visibilità delle fonti. RSF cita il caso dell’accordo tra Le Monde e OpenAI: al momento dell’intesa il quotidiano francese aveva spiegato che il proprio patrimonio editoriale sarebbe diventato una delle fonti sulle quali il sistema avrebbe potuto appoggiarsi per produrre e verificare le risposte. OpenAI ha successivamente sostenuto davanti a una commissione del Senato francese che i contenuti non vengono classificati in funzione dell’esistenza di partnership commerciali. RSF segnala però anche analisi esterne secondo cui alcune testate partner di OpenAI avrebbero mostrato una visibilità nei sistemi generativi superiore a quella di concorrenti privi di accordi. Non è una prova che il contratto compri automaticamente una posizione privilegiata nelle risposte, ma è sufficiente per aprire una questione che l’editoria non può ignorare: nel nuovo internet, un accordo con una piattaforma AI vale soltanto per la licenza dei contenuti oppure può diventare anche una nuova forma di distribuzione?

La domanda diventa ancora più importante perché contemporaneamente il vecchio sistema di distribuzione digitale sta mostrando crepe profonde. Per vent’anni gran parte dell’editoria online ha costruito il proprio modello attorno a Google: il motore indicizzava gli articoli, l’utente cliccava e raggiungeva il sito dell’editore, dove quella visita poteva essere monetizzata attraverso pubblicità, abbonamenti o altri servizi. L’introduzione delle risposte generate dall’AI sta modificando quel meccanismo. Il Digital News Report 2026 del Reuters Institute ricorda che il traffico organico proveniente da Google verso oltre 2.500 siti analizzati era già diminuito di circa un terzo a livello globale tra novembre 2024 e novembre 2025. Dati Chartbeat citati da Axios indicano una flessione del 34% del traffico Google Search verso gli editori nell’ultimo anno, con un impatto percentualmente più pesante sui piccoli operatori.

Il fenomeno sta diventando talmente concreto che negli Stati Uniti alcune organizzazioni editoriali hanno iniziato a ripensare non soltanto la SEO ma perfino la struttura delle redazioni e dei team dedicati all’audience, preparandosi a uno scenario che nel settore viene sintetizzato con un’espressione brutale: “Google Zero”, un futuro nel quale il traffico gratuito proveniente dalla ricerca potrebbe essere molto inferiore a quello al quale gli editori erano abituati. Digiday raccontava proprio il 10 settembre come diversi publisher stiano modificando ruoli e strategie per affrontare l’era post-search. Parallelamente, secondo dati Similarweb riportati da Adweek, i publisher compresi nel Top 100 Media index avrebbero speso nel solo luglio 2026 circa 113 milioni di dollari in paid search, acquistando almeno in parte quel traffico che per anni era arrivato organicamente dai motori di ricerca.

È qui che i numeri pubblicati da RSF acquistano un significato industriale molto più grande. Gli editori rischiano infatti di trovarsi contemporaneamente davanti a tre trasformazioni: perdono una parte del traffico gratuito proveniente dalla ricerca, vedono i propri contenuti utilizzati per costruire risposte generate direttamente dalle piattaforme e devono negoziare individualmente la possibilità di essere remunerati per quel materiale. Chi possiede dimensioni, tecnologia e forza contrattuale può trasformare questa transizione in una nuova fonte di ricavi. Chi non le possiede rischia invece di subire tutti gli effetti negativi senza partecipare alla distribuzione del nuovo valore.

Il caso del Sudafrica mostra quanto questo squilibrio possa diventare concreto. Una recente analisi su 263 siti di informazione sudafricani ha rilevato che soltanto il 30,4% bloccava esplicitamente almeno un crawler AI, mentre le testate più piccole risultavano generalmente meno attrezzate per proteggere tecnicamente i propri contenuti. E persino decidere di chiudere l’accesso non è semplice: per un editore fortemente dipendente da Google, impedire determinati utilizzi può trasformarsi in un conflitto tra protezione dei contenuti e necessità di continuare a essere trovato dal pubblico. È il nuovo paradosso dell’editoria digitale: per difendere il proprio prodotto un giornale può essere costretto a rinunciare a una parte della propria visibilità, mentre per conservare la visibilità può essere costretto ad accettare che quel prodotto alimenti sistemi che restituiscono pochissimo traffico.

Per questo Reporters sans frontières propone di spostare il confronto dal singolo editore al settore e chiede negoziazioni collettive tra media e aziende dell’intelligenza artificiale. L’idea è semplice: trattative condotte testata per testata favoriscono inevitabilmente chi possiede maggiore potere negoziale, mentre un meccanismo collettivo potrebbe consentire anche alle realtà più piccole di partecipare alla remunerazione dei contenuti utilizzati dai sistemi generativi. RSF collega questa posizione alla Carta di Parigi sull’AI e il giornalismo, che già nel 2023 indicava la necessità per i media di difendere collettivamente i propri interessi nei confronti degli sviluppatori di intelligenza artificiale.

Per l’Italia la questione dovrebbe essere affrontata prima che il mercato sia già consolidato. Il nostro sistema editoriale è composto non soltanto dai grandi quotidiani nazionali ma da un numero enorme di editori locali, periodici, testate specializzate, cooperative e realtà territoriali con una capacità contrattuale inevitabilmente inferiore rispetto ai grandi gruppi internazionali. Se il modello economico dell’AI venisse definito esclusivamente attraverso accordi bilaterali riservati, queste imprese potrebbero trovarsi nella posizione peggiore: produrre informazioni utilizzate direttamente o indirettamente dall’ecosistema generativo senza possedere né la dimensione necessaria per negoziarne il prezzo né gli strumenti tecnici per controllarne efficacemente l’utilizzo.

E c’è anche un problema di pluralismo. Se i sistemi generativi dispongono di accesso privilegiato, aggiornato e strutturato soprattutto ai contenuti di un numero limitato di grandi media anglofoni, la conseguenza non riguarda soltanto i bilanci degli editori. Riguarda quale rappresentazione del mondo arriverà agli utenti attraverso l’intelligenza artificiale. RSF osserva che la competizione tra media sta diventando globale e richiama studi nei quali, anche davanti a domande formulate in francese, i sistemi generativi tendevano a utilizzare prevalentemente fonti straniere. Se questa dinamica si consolidasse, la perdita sarebbe doppia: economica per gli editori esclusi dagli accordi e culturale per sistemi informativi nazionali e locali che rischierebbero di essere meno presenti nelle risposte prodotte dalle macchine.

È una questione che si collega direttamente al dibattito italiano di questi giorni sul sostegno all’informazione. Alberto Barachini ha appena sostenuto che senza un sistema capace di sostenere economicamente l’editoria il Paese rischia di essere raccontato da realtà portatrici di interessi differenti. Il rapporto di RSF aggiunge un pezzo ulteriore a quel ragionamento: domani non sarà sufficiente chiedersi chi possiede i giornali, ma anche quali giornali entrano nell’infrastruttura informativa delle intelligenze artificiali e a quali condizioni.

La partita quindi non è più semplicemente “editori contro AI”. Quella fase è già superata. Una parte degli editori farà causa, una parte firmerà contratti, molti probabilmente faranno entrambe le cose in momenti diversi. La vera questione industriale è stabilire le regole del mercato che sta nascendo. Chi decide quanto vale un articolo? Quanto vale un archivio? Quanto vale una notizia in tempo reale? Quanto vale permettere a un chatbot di utilizzare una testata come fonte affidabile? E soprattutto, chi rappresenta le migliaia di piccoli editori che non potranno mai sedersi individualmente a un tavolo con Google, OpenAI, Microsoft, Meta o Amazon?

Il dato del 71% pubblicato da RSF dovrebbe essere letto come un avvertimento. Per la prima volta dopo anni di estrazione gratuita o contestata dei contenuti, l’intelligenza artificiale sembra poter aprire una nuova fonte di ricavi per il giornalismo. Ma se quella ricchezza verrà distribuita soltanto a pochi grandi gruppi, avremo risolto una parte del problema del copyright creandone uno ancora più grande per il pluralismo.

L’AI ha cominciato a capire che le notizie hanno un prezzo. Adesso l’editoria deve evitare che soltanto pochi abbiano il potere di stabilirlo.

Scarica il PDF dello studio RSF

RSF_AI_media_landscape_studio_11_settembre_2026

Ivan Zambardino

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Ivan Zambardino
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