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LA RIFORMA CHE NON SI VUOL FARE DELL’ORDINE DEI GIORNALISTI

L’Ordine degli avvocati resta lì, con la corona d’oro in testa. E con l’Ordine degli avvocati resistono tutti gli ordini. La manovra tremontian-napolitana strozza ricchi e poveri,
ma non seppellisce i residuati polverosi delle corporazioni illiberali. Essendo diavolo
dovrei essere nemico di qualsiasi Ordine, che riflette l’armonia divina a me assai
in uggia, e dunque avrei da dispiacermi di questa piega delle cose. Invece a me gli
ordini, almeno come sono combinati in Italia, piacciono tanto, perché sono la forma
cristallizzata del caos, sono il più grande disordine pietrificato immaginabile.
Ingrassano non i meriti ma le posizioni parassitarie.
Mi colpisce in tutto questo un fatto. I maggiori commentatori dei grandi quotidiani
si sono infuriati per questa coalizione di avvocati che ha difeso con le unghie
e i denti il suo albo. Però, mentre l’indignazione attraversava la fluente prosa dei suddetti, quello stesso giorno la Commissione Cultura della Camera dei Deputati veniva investita dell’onore di riformare l’Ordine dei giornalisti. All’unanimità meno uno, che sarebbe il qui presente sotto le mentite spoglie di onorevole. Narro la vicenda. Un sacco di deputati, tutti giornalisti, dopo aver avuto l’ok dell’Ordine dei giornalisti, hanno sfrondato qua e là ma hanno mantenuto la sostanza di questa splendida baracca. Unanimità. Chi lo tocca
un ordine così?
Appena si era prospettata l’eventualità di una abolizione, contenuta
in un angolo della manovra, gli autori dell’audace pensata sono spariti, probabilmente
scotennati. In commissione governo e deputati erano d’accordo. Al che il
Diavolo della Tasmania ha provato a mettere – come da sua ragione sociale – la zizzania.
Ha spiegato che c’era un certo conflitto di interesse, essendo i giornalisti che
riformavano da sé la forma dell’ente pubblico che dà loro benefici e privilegi di casta. Un albo,
o un esame di Stato, forse anche un ordine, hanno un perché se si deve regolare
un diritto che riguarda un mestiere legato a un’attività specialistica. Ma il giornalismo
non è solo un mestiere, bensì l’espressione più estesa di un diritto incomprimibile
quale è la libertà di comunicare, che è un po’ come respirare, in fondo è una
forma di libertà religiosa.

Come ha scritto un grande giurista, in Italia invece si sottopone
«non soltanto l’esercizio di una professione ma, a ben vedere, l’esercizio della
stessa libertà costituzionale a un regime di tipo corporativo» (Pietro Perlingieri).
Altro che prendersela con avvocati o notai. In fondo si può sopravvivere senza mettersi
la toga. Non è un diritto umano fondamentale discettare in tribunale. Ma scrivere
e dire un parere alla radio o alla tv, non una volta ogni tanto, ma tutte le volte
che uno creda, o raccontare con parole proprie quanto succede nel mondo, come si
fa a sottoporlo a un sinedrio che decide se darti o ritirarti la patente?
Niente da fare. In tanti vengono e dicono: caro Diavolo della Tasmania, hai ragione,
si dovrebbe abolirlo, ma… Ma poi ci sono poteri consolidati, inerti e giganteschi.
Attrezzi tipo garrotta in mano a quelli che poi si lamentano sempre e intanto
soffocano il prossimo.
Renato Farina (Tempi)

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