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LA PIATTAFORMA TIVÙSAT È DI INTERESSE PUBBLICO. UN PUNTO A SFAVORE DI SKY?

Il Tar del Lazio ha riconosciuto la piena legittimità della costituzione di Tivù Srl e della piattaforma TivùSat, considerandola in una prospettiva di interesse pubblico: «la distribuzione attraverso una unica piattaforma satellitare può essere ritenuta compatibile con gli obblighi di servizio pubblico». Il tribunale amministrativo ha affermato che la costituzione di TivùSat «si comprende soltanto in una prospettiva di garanzia dell’interesse generale alla fruizione del prodotto televisivo pubblico a titolo gratuito». La sentenza ha inoltre stabilito l’illegittimità degli oscuramenti di parte della programmazione di viale Mazzini su Sky.
Per Andrea Zappia, amministratore delegato di Sky Italia, «la sentenza del Tar è una vittoria per tutti gli abbonati Sky e rappresenta un richiamo importante al rispetto degli obblighi di servizio pubblico che la Rai ha nei confronti di tutti i cittadini italiani. Con questa sentenza il Tar ha riaffermato un principio di giustizia e di non discriminazione nei confronti degli abbonati Sky che, pur pagando il canone Rai, in questi anni hanno visto purtroppo ingiustamente oscurare programmi sul loro decoder Sky, come è successo di recente anche in occasione degli europei di calcio».
Tivù Sat è nata nel 2009 per rendere disponibile via satellite il palinsesto completo di buona parte dei canali televisivi gratuiti degli azionisti di Tivù Srl (la società madre di Tivù Sat) tra cui RAI, Mediaset (che ne detengono entrambe il 48%) e TIMedia. Precedentemente non tutto il palinsesto di tali canali era visibile via satellite. Diciamo che Tivù Sat ha decretato l’indipendenza di Rai e Mediaset sul satellite.
In seguito alla creazione di Tivù Sat, sia la Rai che Mediaset non hanno più rinnovato l’accordo con Sky Italia, scaduto il 31 luglio del 2009, cosa che fece perdere alla Rai centinaia di milioni.
L’emittente di Murdoch corse ai ripari con la Digital Key che consente agli abbonati della tv satellitare di usufruire dei canali in chiaro e gratuiti della nuova tv digitale sia nazionale (quindi Rai, Mediaset, TIMedia) che locale. Ma Sky andò oltre e fece un “atto di forza” per anticipare i tempi per l’entrata diretta nel digitale terrestre. In realtà non avrebbe potuto farlo. Infatti nel 2003 NewsCorp, la società “madre” di Sky, fuse insieme le due emittenti satellitari: Stream e Telepiù. Ecco che subentrò la cosiddetta posizione dominante. Di conseguenza il nascente colosso “pay-satellitare” si impegnò a non partecipare al digitale terrestre prima del 31 dicembre del 2011. Tuttavia il termine fu anticipato di circa due anni. Sky chiese di subentrare con Cielo. La commissione europea diede il via libera ma «a condizione che le frequenze fossero state utilizzate per trasmettere in chiaro». Dunque sulle frequenza digitale non potevano essere offerti servizi a pagamento per almeno 5 anni.

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