Editoria

La conferenze stampa del Governo non possono essere eventi

La conferenza stampa di inizio anno del Presidente del Consiglio dei ministri, Giorgia Meloni, ha dato l’impressione che esista una difficoltà strutturale, prima ancora che politica, nel rapporto tra Governo e informazione.

La premessa è che, purtroppo, la scelta di ridurre al minimo le occasioni di confronto trasforma ogni conferenza stampa in un evento eccezionale, inadatto a garantire un dialogo sereno. Anzi, le conferenze stampa non dovrebbero essere un momento di “confronto”, ma l’occasione per il Governo di garantire la trasparenza del proprio operato, rispondendo alle domande dei giornalisti.

L’avvento dei social network ha consentito, come si dice spesso, di “disintermediare” il rapporto tra politica e cittadini. Nulla di più falso. Attraverso i post pubblicati sui propri profili, i politici fanno semplicemente propaganda: non c’è confronto, non c’è contraddittorio, non c’è verifica. Ci sono dichiarazioni unilaterali che gli utenti possono commentare, senza alcuna possibilità di replica o chiarimento. Per chi pubblica è il modello ideale: parlare senza interlocutori.

Certo, i post generano reazioni, spesso violente. Il vicepremier Salvini, ad esempio, raccoglie una percentuale altissima di critiche e offese praticamente sotto ogni post, che pubblica a ritmo continuo sui più svariati argomenti. Ma questo fa parte del gioco in uno scenario sempre più polarizzato, dove il consenso non nasce dalla discussione dei programmi, ma dalla reiterazione degli slogan.

La Presidente del Consiglio, in realtà, non sta facendo nulla di nuovo. Sta portando avanti un percorso già tracciato. Giuseppe Conte, durante la pandemia, tentò di sostituire le drammatiche conferenze stampa con dirette Facebook e, quando fu costretto al confronto con i giornalisti, impose – tramite il suo portavoce Rocco Casalino – regole stringenti, limitando domande e accesso ai cronisti non graditi.

Tornando all’ultima conferenza stampa, Giorgia Meloni ha dato l’impressione di una evidente insofferenza verso le domande che richiedevano risposte argomentate e non slogan. Allo stesso tempo, però, va detto che molti giornalisti hanno adottato un tono o eccessivamente ossequioso o deliberatamente polemico, contribuendo a rendere sterile la dialettica.

In questo limbo, il rapporto tra potere e informazione si impantana: da un lato propaganda governativa, dall’altro materiale perfetto per alimentare il qualunquismo sui social. Del resto, una conferenza stampa all’anno non è compatibile con la necessità di rispondere in modo serio e completo alle domande sull’agenda di governo.

La soluzione esiste e dovrebbe coinvolgere maggioranza e opposizione, perché il problema non è contingente ma sistemico. Servirebbe un codice di comportamento nella comunicazione politica, fondato su pochi principi chiari: tempestività, obbligatorietà, regolarità e modalità certe delle conferenze stampa. Con diritti e doveri reciproci per politici e giornalisti.

Non si tratta di imporre regole giuridiche, ma di fissare criteri di buon senso democratico. Sarebbe nell’interesse dei cittadini, ma anche di chi governa. Perché chi oggi esercita il potere domani può trovarsi all’opposizione. E chi svuota le regole quando governa non può invocarle quando non governa più.

Enzo Ghionni

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