In Africa non andrà meglio, perché tutti e dieci i paesi esaminati stanno cercando di implementare sistemi di sorveglianza digitale. Quanto alla «primavera araba», a parte qualche lieve miglioramento in Tunisia e Marocco, c’è da registrare il ripristino dell’apparato che fu in mano a Gheddafi in Libia e le presunte manovre di Morsi con l’Iran prima del cambio di regime in Egitto. Ma è l’intero quadro a essere a tinte fosche. Un paese su due «filtra» (e quindi rende inaccessibili) contenuti di natura politica; 24 su 60 hanno approvato leggi restrittive della libera espressione online negli ultimi 12 mesi; 19 censurano i social media e le piattaforme di blogging. Ancora, aumentano arresti, incarcerazioni e torture a blogger, reporter e ‘citizen journalist’ in rete; in cinque paesi (Siria in testa) si parla anche di omicidi. Il tutto mentre restano cyber-attacchi (come in Venezuela, per impedire l’accesso ai siti di notizie indipendenti), rallentamenti della connessione durante le campagne elettorali o veri e propri blackout della rete (come in Egitto e di nuovo in Siria, ma anche – come visto nei giorni scorsi – Sudan). E tuttavia forse il fenomeno più inquietante è che la manipolazione della sfera pubblica online tramite orde di commenti di natura filogovernativa per diffamare dissidenti, annacquare o nascondere critiche alle autorità e diffondere propaganda di regime riguarda ormai ben 22 paesi. Il governo paga, i commentatori eseguono. Il risultato è una forma di censura perfino più insidiosa, perché subdola. Se l’Islanda è il paese dove la rete è più libera, seguita da Estonia e Germania, dov’è l’Italia nella classifica di Freedom House? Si trova al nono posto, con un punteggio invariato rispetto allo scorso anno. Resta l’influenza nefasta della concentrazione di potere mediatico nelle mani di Silvio Berlusconi, si legge, esercitando così una «influenza indiretta» sull’informazione online. E restano, come sappiamo, i ritardi in termini di penetrazione di Internet, velocità media di connessione e «agenda digitale» che ci costringono a guardare ai competitor europei da inseguitori.mMa ci sono anche delle novità. Su tutte, il MoVimento 5 Stelle, che pare avere sedotto gli estensori del rapporto: «uso dei social media e blogging sono stati critici», si legge, nel «successo» di febbraio 2013. Viene lodato l’uso della rete per prendere decisioni insieme «dal basso» (crowd-sourcing), si ricorda l’allergia di Beppe Grillo per televisione e media tradizionali. Dopo le elezioni, prosegue Freedom House, «il M5S ha usato Internet sia per rafforzare la propria base politica che per condurre consultazioni». Ma il ruolo della rete in politica è aumentato in tutti i partiti, si legge ancora. Una analisi piuttosto superficiale, a dirla tutta, in cui non si considera l’enorme ruolo dei media tradizionali nella cavalcata di Grillo, sottolineata invece da diversi esperti. E in cui vengono omessi gli svariati aspetti critici della «iperdemocrazia» del M5S, che potrebbero far pensare a meno, e non a più libertà derivante dall’uso della rete (come visto nel caso dell’espulsione della senatrice Adele Gambaro). Da ultimo, Freedom House scrive che in Italia «la sorveglianza di massa non è una preoccupazione». Come ha scritto l’Espresso, tuttavia, il caso NSA lambisce anche le nostre coste. Semmai, è il governo che non chiarisce in che misura.
fonte: espresso.it
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