La Stampa Cinese alza la testa.
Stanchi del bavaglio imposto dal Governo, i cronisti cinesi dicono basta e chiedono una maggiore apertura ad un’informazione democratica.
Troppe sarebbero le ingerenze governative nel mondo editoriale, ultimo ma non per ordine d’importanza, l’episodio che vede protagonista un cronista del giornale locale “Southern” Weekend, obbligato a sostituire un editoriale che chiedeva riforme con uno che incensa la nuova dirigenza comunista.
Ma per uno che alza la testa con coraggio, ce ne è un altro che la testa è costretto ad abbassarla.
Erich Schmidt, Ad di Google, si è piegato alle misure censorie della Cina.
Un epilogo amaro per quanti, nell’alleanza di Google, ci avevano creduto.
Dall’anno scorso, il motore di ricerca, attraverso una funzione ad hoc, allertava subito l’utente quando questo digitava una parola a rischio
censura.
In tal modo la navigazione poteva continuare cercando vocaboli alternativi e dunque esprimere il proprio pensiero senza per questo finire nel mirino delle Autorità.
Tutto ciò da ieri non è più possibile, il colosso di Mountain View si è piegato alla Cina e ha deciso per la rimozione della funzione anti-censura.
Immediata la delusione e la rabbia degli internauti che si sentono per così dire, traditi dall’alleato Occidentale.
Ma comprensibili sono anche le ragioni che hanno portato i vertici di Google a prendere questa decisione, in ballo ci sono 400 milioni di utenti che compongono il mercato cinese, rischiare di essere escluso da un mercato così vasto e profittevole, avrebbe significato per Schdmit e compagni una perdita non da poco.
Alberto De Bellis
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