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Il futuro delle tv locali. Fra consorzi, crisi e iperconcentrazione delle risorse

Le televisioni locali sono – non da ora – il vaso di coccio del sistema televisivo italiano, ma negli ultimi tempi sembra che qualcosa stia cambiando. Colpa della crisi della raccolta pubblicitaria ma anche dell’impoverimento dei palinsesti potremmo dire. In realtà i monopolisti Rai e Mediaset, hanno, di fatto, contribuito alla chiusura di molte realtà locali. Il problema questa volta non è solo quello relativo alle frequenze, ma di contenuti.
Che succede, infatti, con il digitale? Le risorse, che restano scarse, si moltiplicano per tutti in quanto a programmi da trasmettere. Per produrli o acquistarli, però, servono risorse, serve avere una library di diritti. Cosa che purtroppo non hanno le tv locali che pertanto vedono i loro ascolti ridursi drasticamente. Inoltre quest’ultime non hanno, in ogni caso, i contenuti per rendere redditizia la capacità in eccesso. Possono venderla, ma alle tv nazionali le reti non mancano certo , e poi, quando si diffonderà il nuovo standard DVB-T2, la capacità trasmissiva di chi ha le frequenze (di proprietà dello Stato) si moltiplicherà per dieci-dodici. Europa 7, partita all’avanguardia, ottiene già oggi otto canali in HD da una singola frequenza.
Con una mossa tanto significativa quanto disperata e difensiva, le tv locali stanno costituendo consorzi per mettere insieme le proprie capacità trasmissive regionali in reti multifrequenza, cedendola a fornitori di contenuti nazionali (anche banche e aziende per reti aziendali). Qualcuno, prima o poi, dovrà mettere in discussione l’attuale assetto caratterizzato dall’iperconcentrazione delle risorse. O qualcuno pensa di poter ancora speculare sulla frequenza ricevuta, magari per rivenderla a qualcun altro e sperare di sopravvivere? Intanto a partire da quest’anno, a meno di deroghe in corso, il calcolo per il pagamento della tassa di concessione per le tv locali sarà molto più salato…

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