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IL FATTO CONTRO IL MANIFESTO: CHI HA RAGIONE SUI CONTRIBUTI PUBBLICI ALL’EDITORIA?

Non si placa la diatriba tra il Fatto Quotidiano, la Repubblica e il Manifesto sulla questione dei contributi all’editoria. Il Fatto è tornato ad attaccare i giornali che usufruiscono del finanziamento pubblico, accusandoli di aver dato la notizia dello scandalo che investiva il sottosegretario Malinconico in netto ritardo e, forse – insinua il Fatto -, «sperando che lo scandalo sollevato dal concorrente, come sempre, si spegnesse». Il motivo? Da Malinconico, ossia dal sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei Ministri che, di turno, assume la delega all’editoria, «dipende il finanziamento pubblico» da cui spesso dipende la sopravvivenza stessa delle testate. In realtà a stabilire l’erogazione dei contributi all’editoria sono leggi dello stato e difatti il Manifesto, rispondendo al Fatto, precisa che «è stata la legge 10 del febbraio 2011 a stabilire l’entità definitiva dello stanziamento relativo al 2010» che «nessuno avrebbe potuto ritoccare retroattivamente». Ma se ciò è vero, anche il Fatto non ha tutti i torti.
Il governo Berlusconi con l’approvazione del decreto legge n. 112 del 2008 ha eliminato il cosiddetto diritto soggettivo ai contributi diretti. I contributi, dunque, a partire da quella data vengono erogati nei limiti degli stanziamenti di bilancio. Il che significa che, in assenza della necessaria copertura, gli uffici provvederanno con un pagamento ridotto in misura percentuale.
Lo stanziamento dei contributi all’editoria, le modalità di accesso sono materie che non dovrebbero essere mai delegate agli esecuti perché intaccano principi (pluralismo, democrazia, diritto di espressione, diritto ad essere informati) tutelati dalla Carta Costituzionale. Ma in Italia così non è. E il futuro delle imprese editoriali resta alla mercè dei Governi che sistematicamente cambiano le carte in tavola con decreti legge (un provvedimento, vale la pena ricordarlo, che dovrebbe essere usato solo in casi straordinari di necessità e urgenza).
Allora ha ragione Il Manifesto a difendere i contributi pubblici perché i soggetti deboli dell’informazione – le cooperative, i giornali politici e di idee, le piccole testate locali – sono discriminati sul mercato della pubblicità e non possono competere con i grandi media. Ma quando si delega al Governo il compito di rivedere i requisiti di accesso ai contributi (come prevede il recente decreto n. 201/2011) e, di volta in volta, gli si dà il potere di modificarne lo stanziamento, le imprese editoriali restano vittime di ricatti. Una vera e propria minaccia nei confronti del pluralismo dell’informazione nazionale e locale che introduce un vulnus alla democrazia.

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