Il Corriere di Firenze e La Voce di Rovigo: tutti assolti e giornale già chiuso da un pezzo

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Il Corriere di Firenze fu chiuso a seguito di un’indagine avviata dall’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni con l’ausilio della Guardia di Finanza; La Voce di Rovigo sorte analoga, la testata si è salvata solo per la caparbietà di un gruppo di giornalisti. Un’attività investigativa serrata, quella del nucleo della Guardia di Finanza, caparbia; gli esiti delle indagini si capivano sin dall’approccio iniziale, questi giornali si hanno da chiudere, dissero i bravi dell’Autorità. Mesi e mesi di lavoro di finanzieri, migliaia di pagine, schemi, schemini, assiomi, teoremi; il tutto poi finito sulla scrivania di un pubblico ministero che non poteva che chiedere il sequestro preventivo del frutto del reato, restituire il maltolto. Un gip attento legge i documenti e ritiene che non vi sia evidenza, anzi che quelle tante pagine siano troppe; e che siano confuse, non in grado di supportare un provvedimento cautelare. Gli indagati tirano un respiro di sollievo ma, intanto, la macchina della pubblica amministrazione va avanti, revoche, corte dei conti, le carte parlano chiaro, chiarissimo. E gli indagati tornano nell’incubo, intanto, passano mesi, anni; anni di inferno con un’accusa infamante , truffatori, contributi all’editoria utilizzati in maniera impropria, soldi rubati ai contribuenti; chi più ne ha, più ne metta. Poi succede che dopo oltre sei anni un primo giudice si deve pronunciare, è il gup, quello dell’udienza preliminare; e che dopo tutto questo si debba pronunciare con il pubblico ministero che a sua volta si è letto le tante carte e chiede l’assoluzione perché il fatto non sussiste. Non sussiste, non è, non c’è; mesi di indagini dell’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni si sono basate su un vuoto, sul nulla, pagine inutili, teoremi sbagliati, assiomi inesistenti. La pena tanto già era stata comminata: un giornale chiuso, circa cinquanta tra giornalisti e dipendenti hanno perso il lavoro, i legali rappresentanti hanno vissuto per anni l’incubo di Josef K. L’assoluzione che lascia l’amaro in bocca. Il senso di spaesamento di un Paese in cui un’istituzione chiamata a tutelare il pluralismo chiude i giornali basandosi su un fatto, che non sussiste.
Enzo Ghionni

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