I bilanci semestrali pubblicati in questi giorni da RCS, Mondadori, Il Sole 24 Ore e Gruppo Caltagirone forniscono un’indicazione che sembra controcorrente rispetto al dibattito sul futuro del settore. Infatti, mentre si continua a descrivere l’editoria come un settore in profonda crisi, i principali gruppi editoriali italiani presentano risultati complessivamente positivi.
RCS ha aumentato i ricavi, ha consolidato la propria posizione finanziaria e ha continuato a registrare una crescita degli abbonamenti digitali, arrivati a circa 1,4 milioni di sottoscrizioni tra Italia e Spagna. Ora il digitale rappresenta ormai un quarto del fatturato del gruppo e la pubblicità online pesa per il 39% della raccolta pubblicitaria.
Mondadori ha registrato un incremento dei ricavi del 6,8%, ha confermato gli obiettivi dell’anno e ha continuato a investire in nuovi segmenti ad elevata marginalità, come gli audiolibri, oltre che nelle acquisizioni che stanno progressivamente ampliando il perimetro del gruppo.
Anche Il Sole 24 Ore ha chiuso il primo semestre con risultati positivi. I ricavi sono saliti a circa 120 milioni di euro e l’EBITDA è cresciuto rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente e il gruppo ha confermato la solidità della propria posizione finanziaria.
Anche il Gruppo Caltagirone, pur operando in settori diversi dall’editoria, ha confermato risultati economici particolarmente positivi e, per quanto riguarda le attività editoriali, annuncia ulteriori investimenti nello sviluppo delle versioni multimediali, delle piattaforme internet e nell’acquisizione di nuovi lettori.
Questi risultati emergono dai comunicati diffusi negli ultimi giorni dai principali gruppi editoriali italiani.
Visto, invece, l’andamento generale del mercato, che registra tutti segni meno, se i dati comunicati riflettono fedelmente la situazione economica dei gruppi editoriali, la conclusione è che la crisi del settore non colpisce tutti allo stesso modo.
Le grandi imprese editoriali dispongono di capitali, marchi consolidati, tecnologie, capacità manageriali e accesso al credito che consentono loro di affrontare la trasformazione digitale con tempi e risorse che le imprese minori difficilmente possono permettersi. Possono investire contemporaneamente in nuove piattaforme, podcast, video, intelligenza artificiale, eventi, servizi per gli abbonati e acquisizioni, distribuendo il rischio su attività sempre più diversificate. Possono, soprattutto, attendere che gli investimenti producano risultati.
Per molte piccole e medie imprese editoriali la situazione è profondamente diversa. La riduzione delle copie vendute, la progressiva concentrazione della pubblicità nelle mani delle piattaforme digitali e l’aumento dei costi rendono molto più difficile sostenere gli investimenti necessari per competere.
Negli ultimi anni, inoltre, una parte rilevante delle risorse pubbliche destinate al settore è stata assorbita da strumenti che hanno interessato prevalentemente le imprese editoriali di maggiori dimensioni, come i prepensionamenti o altri interventi straordinari di sostegno.
Misure certamente legittime e spesso necessarie, ma che non sono state accompagnate da una vera politica industriale capace di rafforzare la competitività delle piccole e medie imprese editoriali.
Il risultato è che, mentre i grandi gruppi hanno potuto affrontare la trasformazione con strumenti economici più consistenti, molti piccoli editori sono stati lasciati quasi esclusivamente alle proprie forze.
Se le grandi imprese continuano a rafforzarsi mentre le piccole faticano a sopravvivere, il mercato tenderà inevitabilmente a concentrarsi. Si tratta di un processo fisiologico dal punto di vista economico, ma che pone interrogativi rilevanti sotto il profilo della concorrenza e del pluralismo informativo. L’informazione non è infatti un mercato come tutti gli altri: la concentrazione economica può tradursi, nel tempo, anche in una concentrazione del potere editoriale. Non perché qualcuno lo decida a tavolino, ma perché è il naturale effetto delle economie di scala. Chi ha più risorse investe di più, cresce più rapidamente, acquisisce quote di mercato e, quando se ne presenta l’occasione, può anche acquisire imprese concorrenti.
Da questo punto di vista i risultati semestrali rappresentano una buona notizia per le singole società, ma costituiscono anche un campanello d’allarme per il sistema dell’informazione.
Il pluralismo non dipende infatti soltanto dal numero dei giornalisti o delle testate esistenti. Dipende anche dalla distribuzione del potere economico nel mercato editoriale. Un settore dominato da pochi grandi gruppi, per quanto efficienti e innovativi, è inevitabilmente un settore meno pluralista di un mercato nel quale convivono grandi editori, editori medi e piccole imprese indipendenti.
Per questo motivo il tema delle politiche pubbliche non dovrebbe essere affrontato esclusivamente come una questione di sostegno economico alle imprese. È innanzitutto una questione di politica della concorrenza e di tutela del pluralismo. Se il mercato continuerà a polarizzarsi tra pochi operatori molto forti e una moltitudine di imprese sempre più fragili, il rischio non sarà soltanto economico. Sarà quello di assistere, negli anni a venire, alla nascita di un vero e proprio oligopolio dell’informazione, con una progressiva riduzione della varietà delle voci presenti nel sistema editoriale italiano.







