Google si prende le risposte, ai giornali resta la sfida più difficile: diventare indispensabili

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L’intelligenza artificiale potrà raccontare sempre più velocemente che cosa è successo, ma il valore del giornalismo dovrà spostarsi verso l’analisi, l’interpretazione e l’approfondimento. È una visione interessante soprattutto perché a sostenerla è Google, la stessa società che con AI Overviews e AI Mode sta trasformando il motore di ricerca e, di conseguenza, uno dei principali canali attraverso i quali per anni i lettori sono arrivati sui siti degli editori.

A indicare questa prospettiva è stato Diego Ciulli, responsabile Affari istituzionali di Google in Italia, parlando del rapporto tra intelligenza artificiale e informazione. Secondo Ciulli continuerà a esserci spazio sia per l’informazione fattuale sia per l’approfondimento, ma proprio la capacità di analizzare le notizie può diventare uno degli elementi sui quali il giornalismo professionale dovrà costruire il proprio valore. Il ragionamento arriva mentre Google.org e il Fondo per la Repubblica Digitale lanciano un programma di formazione sull’AI che coinvolgerà anche il settore dell’informazione.

L’iniziativa prevede oltre 1,3 milioni di euro complessivi: Google.org mette a disposizione un milione di dollari, mentre il Fondo per la Repubblica Digitale aggiungerà un cofinanziamento fino a 500 mila euro. L’obiettivo è formare tra 2.000 e 2.500 professionisti di cinema e audiovisivo, musica e informazione. Il bando dovrebbe partire entro il 2026, mentre i percorsi formativi sono previsti dal 2027. Nel comitato strategico figurano, tra gli altri, Ministero della Cultura, AGCOM, SIAE, ANICA, Confindustria Radio TV e FIEG.

Per l’editoria, però, il punto più interessante non è soltanto imparare a utilizzare l’intelligenza artificiale. È capire quale parte del lavoro giornalistico continuerà ad avere un valore economico quando una macchina sarà in grado di sintetizzare in pochi secondi migliaia di informazioni. Se una domanda semplice trova già una risposta direttamente nella pagina di Google, l’utente ha meno ragioni per aprire il sito che ha prodotto l’informazione originale. Ed è qui che emerge la contraddizione: Google investe nella formazione dei professionisti dell’informazione mentre contemporaneamente sviluppa strumenti capaci di trattenere una parte crescente dell’esperienza informativa all’interno del proprio ecosistema.

I numeri spiegano perché gli editori siano preoccupati. Secondo il Digital News Report 2026 del Reuters Institute, i dati Chartbeat relativi a oltre 2.500 siti mostrano che il traffico organico proveniente da Google è diminuito del 33% a livello globale tra novembre 2024 e novembre 2025. Gli editori intervistati dal Reuters Institute prevedono inoltre una riduzione del traffico proveniente dai motori di ricerca nell’ordine del 43% nei prossimi tre anni.

Una recente analisi rilanciata da Digital Content Next torna proprio sugli AI Overviews: quando Google fornisce direttamente una risposta generata dall’AI, diminuisce la necessità di visitare le fonti originarie e i collegamenti inseriti nella risposta non sembrano compensare completamente la perdita di clic. In Italia la questione è già arrivata sul tavolo delle autorità. Ad aprile l’AGCOM, dopo una segnalazione della FIEG, ha chiesto alla Commissione europea di valutare AI Overviews e AI Mode alla luce del Digital Services Act. Tra le preoccupazioni indicate figurano la riduzione della visibilità dei contenuti editoriali, la sostenibilità economica soprattutto dei piccoli editori e gli effetti sul pluralismo dell’informazione.

Google sostiene di voler mantenere un web nel quale le fonti siano facilmente raggiungibili e ha introdotto nuove modalità per evidenziare i link, compresi quelli delle testate alle quali gli utenti sono già abbonati. Ma per gli editori il problema resta più profondo: non basta essere citati se il lettore non ha più bisogno di arrivare alla fonte.

Ed è forse proprio qui che l’affermazione di Google sull’analisi diventa involontariamente una delle indicazioni più importanti per il futuro dei giornali. Le notizie facilmente sintetizzabili rischiano di trasformarsi sempre più in una materia prima utilizzata da motori di ricerca, chatbot e assistenti AI. Ciò che una macchina può replicare con maggiore difficoltà è invece il lavoro originale: un’inchiesta, una fonte esclusiva, la conoscenza di un territorio, un’intervista, una competenza specialistica, un’interpretazione autorevole.

Per gli editori, quindi, la sfida non sarà semplicemente usare meglio l’intelligenza artificiale per produrre più contenuti. Potrebbe essere esattamente il contrario: produrre meno contenuti intercambiabili e investire maggiormente in quelli per i quali un lettore abbia ancora una ragione precisa per cercare il giornale che li ha realizzati.

Perché nell’era dell’AI il problema dell’editoria non sarà più soltanto farsi trovare da Google. Sarà dare al lettore un motivo per andare oltre la risposta di Google.

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