Editoria

Google AI Overviews: il problema non è Google, ma il futuro dell’informazione

La decisione dell’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni di trasmettere alla Commissione europea una richiesta di valutazione dei servizi AI Overviews e AI Mode di Google rappresenta uno dei passaggi più importanti degli ultimi mesi per il settore dell’editoria.

L’iniziativa nasce da una segnalazione della FIEG, secondo la quale le nuove funzionalità di intelligenza artificiale riducono la visibilità dei contenuti editoriali, mettono a rischio la sostenibilità economica degli editori e possono incidere sul pluralismo dell’informazione.

La vicenda, tuttavia, va ben oltre il rapporto tra Google e gli editori. Per anni il motore di ricerca ha svolto il ruolo di intermediario: aiutava gli utenti a trovare le informazioni pubblicate dalle testate giornalistiche.

L’utente effettuava una ricerca, visualizzava i risultati e sceglieva quale sito visitare. Quel clic rappresentava il vero patrimonio economico degli editori, perché generava lettori, visualizzazioni e ricavi pubblicitari.

Con AI Overviews questo modello cambia radicalmente. L’obiettivo dell’intelligenza artificiale non è più indirizzare l’utente verso le fonti, ma fornirgli direttamente una risposta sintetica. Se la risposta è considerata sufficiente, il lettore non ha alcun motivo per visitare il sito che ha prodotto l’informazione. Il rischio, quindi, non è semplicemente una riduzione del traffico.

È la trasformazione del ruolo stesso dell’editore. Le imprese editoriali continuano a sostenere i costi del giornalismo – redazioni, inviati, verifiche, fonti, responsabilità legale – ma potrebbero non essere più il luogo nel quale il lettore entra in contatto con quel lavoro. L’informazione viene prodotta dagli editori, rielaborata dall’intelligenza artificiale e consumata dall’utente senza che quest’ultimo raggiunga mai il sito originario.

È per questo che la questione sollevata dalla FIEG e portata da AGCOM all’attenzione della Commissione europea non riguarda soltanto il diritto d’autore o la concorrenza. Riguarda il modello economico sul quale si è retto il giornalismo digitale negli ultimi vent’anni.

C’è poi un secondo profilo che merita attenzione.

Se i grandi modelli di intelligenza artificiale diventano il principale punto di accesso alle notizie, essi finiscono inevitabilmente per svolgere una funzione editoriale. Decidono quali fonti utilizzare, quali informazioni sintetizzare, quali aspetti privilegiare e quali, invece, omettere. Una funzione che, fino a oggi, apparteneva ai giornali e ai loro direttori responsabili.

Non è un caso che AGCOM abbia richiamato, oltre ai possibili effetti sulla sostenibilità economica degli editori, anche i rischi per la libertà di informazione, il pluralismo dei media e la trasparenza dei sistemi di raccomandazione previsti dal Digital Services Act.

Naturalmente nessuno pensa di fermare l’intelligenza artificiale. Sarebbe un’illusione.
La vera sfida è un’altra: garantire che l’innovazione tecnologica non distrugga il sistema che produce l’informazione sulla quale quella stessa intelligenza artificiale si alimenta.

Se i giornali perderanno progressivamente lettori, ricavi e capacità di finanziare il lavoro giornalistico, nel medio periodo diminuiranno anche i contenuti originali disponibili. E senza contenuti originali non esiste intelligenza artificiale capace di generare un’informazione di qualità.

Per questo motivo la questione aperta da AGCOM non riguarda soltanto Google. Riguarda il futuro del giornalismo e, con esso, il futuro del pluralismo dell’informazione.

Enzo Ghionni

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