Giornali e pubblicità: quanto costa l’indipendenza dell’informazione?

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Walter Lippmann nel suo testo del 1922, “L’opinione pubblica”, analizzava il rapporto tra realtà, informazione e percezione dei cittadini. Le persone si formano un’opinione soprattutto attraverso rappresentazioni di fatti che non possono conoscere direttamente; è in questo spazio, tra ciò che accade e ciò che viene raccontato, che possono inserirsi i condizionamenti.

In una recente indagine della Procura di Napoli sono stati iscritti nel registro degli indagati alcuni amministratori e direttori di diverse importanti imprese editoriali italiane. L’indagine riguarda il gruppo UniPegaso-Multiversity e, secondo l’ipotesi accusatoria, l’utilizzo degli investimenti pubblicitari per condizionare la pubblicazione delle notizie sul gruppo e sulle precedenti vicende giudiziarie dell’università telematica. Tra gli indagati figurano Mario Orfeo, Andrea Malaguti, Francesco Cancellato, Claudio Cerasa, Cinzia Monteverdi e Peter Gomez. Le contestazioni, che comprendono ipotesi di corruzione tra privati, devono ancora essere accertate.

Non è questa la sede per occuparsi dei profili penali dell’indagine e dei possibili esiti. Le responsabilità individuali andranno valutate nelle sedi competenti. Il tema che merita attenzione, però, esiste indipendentemente dall’esito del procedimento: il possibile condizionamento che l’inserzionista pubblicitario può esercitare sulla linea editoriale di un giornale.

Chi conosce le dinamiche di qualsiasi giornale sa bene che esiste un bilanciamento tra proprietà e redazione. Almeno a livello teorico. Il management deve garantire la sostenibilità economica del giornale, curando anche il rapporto con gli inserzionisti pubblicitari. La redazione deve tutelare l’autorevolezza della testata, evitando condizionamenti eccessivi. Il termine “eccessivi” non è casuale, ma serve a spostare l’angolo visuale dalla teoria alla pratica. Le esigenze economiche incidono sull’organizzazione del giornale, sulle risorse disponibili e sulle scelte di investimento. Il confine viene superato quando il rapporto commerciale determina quali notizie pubblicare, attenuare o tacere.

Soprattutto in una fase come questa, in cui la sostenibilità economica dei giornali è una missione pressoché impossibile, molta informazione viene diffusa gratuitamente e, per numerose testate, la pubblicità rappresenta la principale, se non unica, fonte di ricavo. La dipendenza da un inserzionista può così trasformarsi in una fragilità editoriale, tanto più forte quanto minori sono le alternative economiche.

Colpisce che nell’inchiesta siano coinvolti anche i vertici della società editrice de “Il Fatto Quotidiano” che da sempre si è attribuito la patente di maestro di moralità nel settore. Secondo la ricostruzione degli inquirenti, anche nei rapporti con questa testata sarebbero stati tentati interventi sulla copertura delle vicende Pegaso. I comitati di redazione del quotidiano e del sito hanno rivendicato l’indipendenza del lavoro giornalistico. Il problema generale resta: il possibile condizionamento commerciale attraversa giornali con orientamenti molto diversi. Non richiede una condivisione di valori o una particolare scelta politica. Può bastare la necessità di compiacere chi paga.

Il punto diventa, quindi, quello dell’autonomia dei giornali non solo rispetto alla politica, ma anche agli interessi degli inserzionisti pubblicitari. Proprio “Il Fatto Quotidiano”, protagonista, con accenti variabili nel tempo, della battaglia contro il sostegno pubblico alla stampa, ha insistito sul rischio che la politica, attraverso il finanziamento pubblico, possa asservire i giornali ai suoi interessi. È un rischio da discutere e prevenire. Ma lo stesso metro deve essere applicato alla dipendenza economica dagli inserzionisti: il finanziamento privato non costituisce, di per sé, una garanzia di indipendenza.

L’inchiesta della Procura di Napoli riporta dunque al centro un problema strutturale: l’asservimento dei giornali agli interessi degli inserzionisti pubblicitari. Questo diventa un tema rilevantissimo ai fini della tutela del pluralismo, perché una testata poco compiacente può perdere risorse proprio a causa del suo rigore. Se l’indipendenza diventa uno svantaggio economico, il mercato rischia di premiare l’accondiscendenza e penalizzare la qualità dell’informazione.

L’European Media Freedom Act (EMFA), il regolamento europeo sulla libertà dei media, affronta una parte del problema. L’articolo 25 impone criteri trasparenti, oggettivi, proporzionati e non discriminatori nell’assegnazione della pubblicità pubblica, insieme a obblighi di pubblicazione delle spese e di monitoraggio. Queste disposizioni sono applicabili dall’8 agosto 2025. La verifica e  il rispetto di queste stesse norme  sono, invece, una chimera.

Ma quello che vale, anzi che dovrebbe valere nel pubblico, non può essere trasferito automaticamente nel privato: ogni impresa decide di investire i propri soldi dove vuole. Questa libertà, però, non cancella la responsabilità di chi produce informazione. Lo stesso EMFA, all’articolo 6, richiede alle imprese che forniscono notizie e contenuti di attualità di adottare misure per garantire l’indipendenza delle decisioni editoriali e comunicare i conflitti di interesse effettivi o potenziali.

Certo, esistono codici deontologici, l’autonomia e la responsabilità dei direttori responsabili, la professionalità dei giornalisti. Ma siamo in una fase storica in cui la precarietà del lavoro e la fragilità delle imprese rendono più difficile difendere quell’autonomia. Il modello digitale fino ad ora ha reso ancora più ricche le grandi piattaforme e ha lasciato alle imprese editoriali risorse sempre più scarse per finanziare il lavoro giornalistico. Chiedere indipendenza senza interrogarsi sulle condizioni economiche che la rendono possibile significa fermarsi alla dichiarazione di principio.

L’indagine della Procura di Napoli potrebbe essere di sprone alla politica e alla stessa informazione per aprire un dibattito che non pretenda di avere subito tutte le soluzioni, ma almeno ponga le domande giuste. Come si difende una redazione dalle pressioni commerciali? Come si rende riconoscibile al lettore un conflitto di interessi? E come si sostiene un giornale che perde pubblicità perché continua a fare il proprio lavoro?

Perché nel grande pot-pourri del digitale le risposte già le danno milioni di leoni da tastiera. Quello che manca sono le domande.

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