Franco Abruzzo: La stampa non morirà, ma i giovani giornalisti hanno il coraggio di rischiare

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“La crisi della stampa è quella del giornale come mezzo di comunicazione”. Secondo Franco Abruzzo “ci sarà sempre bisogno di giornalisti preparati per tenere alta la qualità dei giornali”

Franco Abruzzo ed il futuro di quotidiani e giornalisti
Franco Abruzzo ed il futuro di quotidiani e giornalisti

Il mondo dell’editoria e della stampa in Italia vive un periodo di grave crisi da qualche anno e la situazione appare sempre più ingarbugliata. Per provare a sbrogliarla almeno un pochino abbiamo chiesto una mano a Franco Abruzzo, storico presidente dell’Ordine dei Giornalisti della Lombardia (dal 15 maggio 1989 al 7 giugno 2007 ed oggi presidente Unpi), che ogni giorno alimenta il sito www.francoabruzzo.it, un punto di riferimento per il mondo dell’informazione e della comunicazione, tenendo aggiornati circa 76mila giornalisti, avvocati, magistrati, parlamentari, professionisti  e comunicatori. Una figura a tutto tondo, che ha conosciuto il periodo d’oro della carta stampata e che si riesce a reinventare anche grazie alle nuove tecnologie.

Presidente Abruzzo, quale momento vivono i giornali ed i dipendenti?
La crisi che l’editoria sta vivendo in questi anni nasce nel 2008 e si tratta di una crisi internazionale, estesa a tutta l’Europa e non limitata solo all’Italia. Si tratta di una recessione generalizzata a tutto il comparto: così come sono in crisi i giornali lo sono anche le edicole ed in più c’è anche la crisi della pubblicità. Secondo me sta venendo meno il modello classico del giornale come mezzo di informazione e comunicazione. Non c’è la crisi della stampa, c’è quella del giornale come strumento di comunicazione dell’informazione. Oggi la gente va su internet, visita i vari siti e si compone il suo giornale. C’è un mare di contenuti a disposizione del lettore, il giornale è uno di questi.

Come cambia il modo di fare e di cercare l’informazione?
Per parlare della situazione precedente dobbiamo pensare anche al ruolo di radio e Tv nel comparto dell’informazione e la loro capacità (soprattutto della Tv) di fare opinione. Il mondo che c’era una volta, dove ci si incontrava e si discuteva è finito da tempo ed è stata proprio la Tv a porre fine a quel periodo. Gran parte del dibattito oggi avviene nei vari Ballarò, Porta a Porta e omologhi. La Tv è diventata dominante, anche in chiave politica, superando nettamente la forza dei giornali. E poi c’è internet, ora la gente si fa il suo giornale. Questo non significa che i quotidiani perdano effettivamente lettori, ma solo che questi cambiano il mezzo attraverso cui informarsi spostandosi dai fogli di carta agli schermi dei computer. I siti web dei vari giornali realizzano un notevole numero di accessi a dimostrazione che la gente vuole avere sempre un’informazione ritenuta affidabile.

Quale futuro aspetta le nuove leve?
Una decina di anni fa il grande professore di Diritto privato Vincenzo Zeno-Zencovich sosteneva sulle pagine del Sole 24 Ore (di cui allora ero caporedattore), che il web avrebbe sbancato l’albo dei giornalisti. Io dissi che questo non sarebbe accaduto, i giornalisti fanno da mediatori culturali, sono dei professionisti e ci sarà sempre la necessità di figure del genere. Poi si può discutere della questione degli Ordini, ma in ogni caso io sono del parere che ci sia sempre bisogno di giornalisti preparati così come di tenere alta la qualità dei giornali.
La carta stampata, come diceva anche Indro Montanelli nel 2001, non morirà mai del tutto. Io sono d’accordo, in fondo ha già saputo resistere alla radio ed alla Tv. Montanelli sosteneva che la stampa sopravviverà come nicchia per persone colte. Il punto è economico: quanto costa una stampa per persone colte? Poi c’è un altro problema, le redazioni che stanno svanendo, soprattutto negli ultimi 5 anni. Il problema si estende a tutti i giornalisti se si pensa anche alla previdenza: prima di fronte a un pensionato c’erano 2,8 persone, oggi il rapporto è 1 a 2 e gli stipendi di oggi non possono essere paragonati a quelli di qualche anno fa.
Il mondo giornalistico è sempre più aperto a tutti, almeno in teoria. Basti pensare uno smartphone consente a chiunque di fotografare un evento e poterlo raccontare. Il rischio è che tutti siano considerati giornalisti, anche se io non ci credo più di tanto: è chiaro che molti saranno utili informatori, ma per scrivere sui giornali ci sarà sempre bisogno di persone qualificate.

La tecnologia, come ha appena detto, mette in mano a tutti degli strumenti per fare informazione. Ma i nuovi giornalisti che scuola hanno? Come si formano e come si differenziano dagli informatori di cui parlava prima?
Io passo per il grande difensore delle scuole, ma la mia scuola (l’Istituto per la formazione al giornalismo “Carlo De Martino”) per anni è riuscita ad assicurare assunzioni ad un gran numero di iscritti. Negli ultimi 2-3 anni facciamo molta più fatica ed è una situazione in cui si ritrovano tutte le 10 scuole di giornalismo italiane. Forse 10 sono troppe, forse ne basterebbero 3. Almeno una a Milano ed una a Roma, le uniche due realtà italiane in cui c’è davvero un po’ di mercato in questo settore.

Lei poco tempo fa è stato vittima di una “non intervista”. Un giornale calabrese ha pubblicato un’intervista inventata di sana pianta, tra l’altro a scapito di chi ha sempre difeso la tecnica dell’intervista da chi la definiva “arma impropria”. Come è andata a finire questa vicenda?
Si è trattato di una vicenda molto brutta che ha sullo sfondo una serie di polemiche sugli uffici stampa del Consiglio regionale della Calabria, terra da cui sono andato via 53 anni fa. Si sono inventati un’intervista che è un attacco all’ufficio stampa del Consiglio regionale, cosa che non ho e non avrei mai fatto. E’ venuto meno l’Abc della professione: intervistare una persona e non fargli nemmeno uno colpo di telefono (io e il direttore del giornale in questione ci conosciamo e forse se è professionista lo deve anche alla mia politica di apertura sul praticantato). Resta il fatto che è accaduta una cosa molto grave.

Un caso di cattivo giornalismo, secondo lei si tratta di un episodio o di un fenomeno, magari legato anche alle differenze tra informatori e giornalisti?
E’ un episodio, uno di alcuni episodi che poi a volte hanno portato a licenziamenti. Non è un fenomeno, il fatto è che i direttori vogliono lo scoop ed in questo modo spingono i collaboratori a trovare, e purtroppo in alcuni casi ad inventare, la notizia sensazionale. Ma i limiti del rispetto della persona e della verità dei fatti non dovrebbero essere mai infranti.

Quale futuro per i giornalisti? Qualche consiglio per le nuove leve?
In questo momento, e perlomeno per i prossimi tre anni, non vedo un gran futuro. Certo non ho la sfera di cristallo, ma di sicuro se uno è bravo prima o poi riuscirà a farsi valere, ed è importante avere una buona scuola. In linea di massima non consiglierei di avviarsi in questa professione, vivere di collaborazioni fragili, con i giornali che pagano poco ed in ritardo.

Questione fondo pubblico per l’editoria, si vede la luce fuori dal tunnel?
Il decreto Lotti aiuta già l’editoria italiana, nel senso che chi assume ha forti sgravi. Ciò ha portato a 200 assunzioni da dicembre (che non portano soldi all’Inpgi perché sono a contributi zero), però si aprono delle prospettive. Quindi io faccio un plauso al decreto Lotti. Poi c’è un altro discorso: il finanziamento pubblico per l’editoria è un grande strumento. Sento di partiti politici che sarebbero contrari, ma i giornali danno sostanza ai valori, la libertà di cronaca è decisiva nella vita democratica e quindi questi giornali vanno sostenuti. Poi speriamo che tutti i giornali “poveri” riescano a trovare il loro pubblico, perché poi resta l’audience il vero sostenitore di queste realtà.

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