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Fondo Straordinario per l’editoria, l’ora è già scoccata Ma per le grandi imprese c’è il vincolo de minimis

La crisi che attanaglia il settore dell’editoria si fa sempre più stringente; e le risorse introdotte dal Fondo straordinario per incentivare le nuove tecnologie e l’occupazione, 120 mnl di euro in tre anni, sono uno strumento fondamentale anche sotto il profilo psicologico. Il problema è che occorre un Regolamento per individuare le modalità di utilizzo di questo Fondo; e mentre il sottosegretario, Luca Lotti, ha avviato un giro di consultazioni con le associazioni, è arrivata la notizia che il Presidente della Fieg, Anselmi, è dimissionario. Ed il successore, dicono in molti, avrà l’opportunità di sfruttare queste risorse per accelerare i piani di ristrutturazione aziendale attraverso gli ammortizzatori sociali. In realtà, ma sembra che pochi l’abbiano letto, il Fondo straordinario per l’editoria è soggetto alle regola del de minimis. Infatti il Governo Letta per evitare le complicazioni connesse alla notifica all’Unione della norma per verificare la compatibilità del Fondo con le norme in tema di aiuti di Stato aveva deciso di far rientrare il nuovo tipo di sostegno tra gli interventi per i quali non è richiesto il parere della Commissione. Il regime del de minimis, esplicitamente richiamato dalla norma che ha istituito il Fondo straordinario per l’editoria prevede l’esclusione della procedura di notifica alla Commissione nell’ipotesi in cui i contributi non superano il valore massimo di 200.000 euro per impresa in un triennio. La legge questo dice. Quindi, per i grandi editori e per i loro tanto amati ammortizzatori sociali c’è poco spazio. Duecentomila euro in tre anni sono tanti, tantissimi, per una start up o per una piccola impresa editoriale; i grandi giornali ci fanno due prepensionamenti. E’ importante che in fase di attuazione non si perda di vista la legge primaria, viste le presumibili pressioni dei grandi editori, alla ricerca dell’ennesimo licenziamento o prepensionamento da fare.

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