A piccoli passi, avanza l’iter della legge sull’equo compenso. E la Fnsi, la Federazione nazionale della Stampa italiana, ringrazia pubblicamente il viceministro alla Giustizia Sisto per l’impegno. E, anzi, “per il lavoro che ha fatto ascoltando le richieste del sindacato dei giornalisti che da anni sta lavorando al tema dell’equo compenso”. Una vicenda che è tutt’altro che banale. Annosa, anzi. Un vero e proprio punto dolente. Che impatta, chiaramente, sul futuro stesso del giornalismo. Bersagliato già dalla concorrenza di Big Tech e dallo strapotere delle piattaforme social e digitali. Con pochi soldi, in tanti lasciano. E un mestiere di rilevanza costituzionale, tutelato dalla Carta quando parla di pluralismo, finisce relegato all’ambito di hobby. “Ormai non c’è più tempo, abbiamo migliaia di colleghi in una situazione di sfruttamento insostenibile. Ci sono aziende editoriali che hanno fatto del dumping salariale una ragione di esistenza, sfruttando collaboratori, partite iva e co.co.co. Tre euro al pezzo non possono considerarsi un pagamento equo. La democrazia ha bisogno di un giornalismo libero, indipendente e per questo non ricattabile né dal punto di vista economico né da quello dei diritti”. Ecco, la versione della Fnsi è questa. Ma come ci siamo arrivati fin qui? è una storia lunga, fatta di competizione al ribasso. Sulla pelle dei giornalisti. Quelli delle periferie. Roba vera che, però, è finita utile a riempire post carichi di retorica sull’importanza della professione mentre il mondo si riscopriva incapace di riconoscere notizie vere da palesi e assurde fake. Ora che l’importanza è stata ristabilita è giunto il tempo di riprendere il cammino.
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