Drew Ortiz, l’Ai che scriveva strafalcioni su Sports Illustrated

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Drew Ortiz, chi era costui. Il Carneade è un giornalista che ha scritto articoli irricevibili, dal punto di vista formale e dei contenuti, che però gli venivano pubblicati nientemeno che da Sports Illustrated, una delle più importanti e autorevoli riviste sportive degli Stati Uniti d’America. Il tema sta nell’impreparazione dei giornalisti? No. Perché Drew Ortiz, in realtà, non esiste. È un algoritmo, una faccia (di bronzo) composta dall’intelligenza artificiale che gli componeva i suoi non indimenticabili articoli. Che, appena è scoppiato il caso in America, Sports Illustrated ha immediatamente provveduto a cancellare dal suo frequentatissimo sito.

È successo che Futurism, una rivista di tecnologia e non solo, ha sgamato la vera natura di Drew Ortiz. Che si presentava, nella bio che accompagnava la sua firma su Sports Illustrated, con quattro righe di quella banalità che tanto fa figo sul digitale. “Una vita trascorsa all’aria aperta”, si descriveva così l’algoritmo. Che, una cosa è certa, conosce le nostre banalità meglio di noi. E sa sfruttarle, eccome. I giornalisti (veri, in carne ed ossa) di Futurism hanno scoperto che di tale Drew Ortiz, in rete, non c’era traccia. Né un profilo social, né un articoletto su qualche altra testata, niente di niente. La sua faccia, poi. L’hanno ritrovata in vendita su un sito specializzato a comporre visi e volti grazie all’Ai.

Certo, hanno avuto una soffiata i colleghi di Futurism. Secondo cui i giornalisti fasulli sarebbero molti di più, in azione su Sports Illustrated. E, aggiungiamo noi, perché no anche altrove. L’editore Arena, dopo averci pensato (molto) su, ha replicato a chi li aveva smascherati. E ha spiegato che, in realtà, si tratta di articoli redazionali, concessi (e gestiti) a una società terza, AdVon Commerce. Che utilizzava l’Ai per compilare pezzi commerciali. AdVon, a sua volta, ha riferito al committente che gli articoli sono stati scritti e comunque riveduti e corretti da esseri umani che hanno preferito proteggere la loro identità mascherandosi dietro un alias. “Azione che noi non perdoniamo”, ha tuonato Arena.

Ma la frittata è fatta. E dimostra, per l’ennesima volta, quanto sia necessario agire subito. Le istituzioni devono porre immediatamente un freno, perché oggi sono redazionali, domani chissà. E nessuno pagherà per l’inquinamento dei pozzi dell’informazione.

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