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DIRITTO ALL’OBLIO, GIORNALISTA: I FATTI NON SI CANCELLANO CON LE SENTENZE

Il giornale on line della provincia di Chieti www.primadanoi.it ha sospeso l’aggiornamento dei contenuti informativi per protestare contro il vuoto legislativo in materia di diritto all’oblio, poiché questo vuoto, nei giorni scorsi, ha prodotto una sentenza con la quale la piccola testata è stata condannata a cancellare dal proprio archivio un articolo del 2008 e a pagare oltre 17 mila euro di risarcimento danni a un commerciante, il quale non contesta il contenuto e la versione dei fatti, ma invoca il diritto di fare sparire dal web le tracce di comportamenti negativi da cui si è emendato, perché ricordarlo danneggia la sua attività commerciale.

A protestare sono i redattori e il direttore, il giornalista Alessandro Biancardi, che definisce il fatto gravissimo, tale da determinare l’impossibilità di proseguire le pubblicazioni. La notizia da cancellare riferisce un fatto di cronaca avvenuto all’interno di un locale pescarese che ha avuto anche un risvolto penale. I personaggi coinvolti, titolari dell’impresa, avevano chiesto la rimozione dell’articolo.

Il giudice unico del Tribunale di Ortona, Rita Di Donato, con una sentenza fotocopia rispetto a quella firmata dal giudice Rita Carosella, dello stesso tribunale, a marzo del 2011, ha condannato PrimaDaNoi.it al pagamento di oltre 17mila euro (tra risarcimento danni e spese legali) riconoscendo il diritto all’oblio, che in Italia non è ancora regolamentato da nessuna legge, e la prevalenza del diritto alla privacy sul diritto di cronaca. Il giudice ha accolto la domanda dei ricorrenti sostenendo che la notizia, pur essendo vera e corretta, andava cancellata, in contrasto con la tesi del giornale, che ha affermato l’interesse pubblico di conoscere i fatti anche a distanza di tempo.

“Viene così confermato – scrivono i redattori – con una sentenza fotocopia l’incredibile principio della scadenza delle notizie. Particolare non secondario è che tale scadenza non è stabilita da alcuna legge in vigore nello Stato italiano e non è dunque chiaro quale sia il tempo entro il quale eventualmente rimuovere articoli corretti. Viene inoltre riconfermato che la privacy prevale sul diritto di cronaca, che la gente non deve sapere, che i fatti si devono cancellare anche se questi sono distanti appena pochi anni e magari i procedimenti penali sono ancora aperti”.

“Oggi – aggiungono – abbiamo avuto l’ennesima dimostrazione che in questo Paese non c’è spazio per poter compiere il nostro mestiere con onestà e integrità. Il nostro avvilimento è dato dal fatto che chi è onesto deve soccombere prima o poi, che non c’è spazio per alcuna giustizia e che non è nemmeno possibile svolgere tranquillamente il proprio mestiere senza diventare martiri o eroi. Questa sentenza ci condanna per aver voluto difendere il diritto di ogni cittadino di conoscere e di sapere. Ci condanna perché siamo convinti che se un fatto è accaduto debba essere anche ricordato a beneficio di tutti. Ci spiace per i giudici ma la storia, i fatti, la memoria non si cancellano a colpi di sentenze”.

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