Editoria

Dalla scatoletta di tonno l’eco della norma Crimi

Nel settore dell’editoria ricorre sempre più il termine “norma Crimi”. Non è un neologismo giuridico, ma l’attribuzione all’ex sottosegretario all’editoria della paternità di una norma che, nel 2019, prevedeva l’abolizione del contributo ai giornali non profit.

All’apice del furore populista il primo governo Conte, infatti, risolse il problema del pluralismo con una soluzione radicale: chiudere tutti i giornali editi da cooperative giornalistiche o, comunque, rientranti nell’orbita del terzo settore.

La discussione parlamentare fu ritenuta superflua, in quanto, come ricorda chi seguì quella vicenda, la norma fu introdotta con un emendamento notturno alla legge di bilancio, presentato con una tempistica che non consentì ai parlamentari nemmeno di discuterlo.

Ma, nell’ipotesi in cui qualcuno avesse voluto dire qualcosa, il Governo giallo verde pose la questione di fiducia. In realtà il dibattito ci fu, nel senso che la paternità della norma non può essere attribuita solo all’ex sottosegretario Vito Crimi, ma, per equità, anche all’attuale sottosegretario ai Trasporti Alessandro Morelli, oggi tra i principali sostenitori dell’emittenza privata.

Una inusuale coppia di fatto che decise di dire basta al finanziamento pubblico ai giornali. In realtà non era così, poiché, pur di colpire Libero, si rischiava di far chiudere centinaia di piccoli giornali editi da realtà cooperative e non profit. Ma, soprattutto, non venivano toccati i contributi ai grandi giornali e all’emittenza radiotelevisiva.

Nel furore ideologico, però, fare distinguo sembrava inutile: colpirne uno per educarne cento. Questo sembrava essere il verbo della coppia Crimi-Morelli. Ma d’altronde il secondo sosteneva che il futuro del pluralismo sarebbe stato il 5G: le frequenze al posto delle parole, la velocità di trasmissione dei dati destinata a rendere superflua qualsiasi discussione. Crimi, invece, si vantava di informarsi su Telegram, un po’ come sostenere che sia giusto abolire il sostegno al cinema perché tanto i film si possono vedere sul pezzotto.

Morelli è passato ai Trasporti e quindi i treni viaggiano che è un piacere, mentre Crimi, una volta aperta la scatola di tonno, c’è entrato, si è barricato all’interno e l’ha richiusa.

Rimane la loro norma, che rende instabile la situazione di migliaia di giornalisti già precari e di centinaia di testate. Una norma prorogata di anno in anno perché non si trova il coraggio di affrontare in Parlamento il tema del sostegno alla stampa: nessuno si assume la responsabilità di far chiudere il Manifesto e decine di quotidiani locali, ma allo stesso tempo nessuno riesce a sostenere apertamente una posizione che, se non adeguatamente spiegata, risulta decisamente impopolare.

La posizione la prende, e in modo netto, Di Battista, che propone un referendum per abolire la norma che proroga l’entrata in vigore della norma Crimi. Non importa che quella proroga terminerà prima ancora che si possa votare per il referendum. La raccolta di firme per abrogare una norma destinata a non esistere più prosegue e, nel frattempo, se ne sentono delle belle.

Emblematico Iachetti, che sostiene che il sostegno al cinema sia giusto perché i film — in realtà parlava di un suo film — sono belli, mentre quello ai giornali andrebbe eliminato perché “sono una merda”. Una raffinatezza di pensiero che fa ben comprendere come siamo entrati in una nuova stagione dell’Illuminismo.

Intanto, dalla scatoletta, non arriva nessun sussurro del Crimi pensiero.

Enzo Ghionni

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