Contratto dei giornalisti, ma chi rappresenta i piccoli editori?

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Alessandra Costante

Nel corso del convegno organizzato dall’Ansa “The Balkans meet in Trieste” il sottosegretario all’editoria, Alberto Barachini, ha dimostrato ottimismo circa la possibilità che giunga al termine la lunga trattativa per la sottoscrizione del nuovo contratto di lavoro giornalistico. Le posizioni della Fieg, l’associazione degli editori di maggiori dimensioni, e la FNSI, la Federazione nazionale della stampa italiana, da mesi sembrano molto lontane da una possibile convergenza.

Le parole del sottosegretario aprono quindi uno scenario nuovo delineando una soluzione possibile. Ricordiamo che da un lato i grandi editori chiedono che il nuovo contratto garantisca la sostenibilità economica delle loro aziende anche alla luce della profonda trasformazione che ha caratterizzato il settore. Nel corso degli ultimi anni si sono perse milioni di copie delle edizioni cartacee e i notevoli investimenti fatti dagli editori sul digitale non garantiscono comunque un equilibrio economico, anche per la capacità delle grandi piattaforme di drenare gran parte delle risorse del mercato pubblicitario. Dall’altro lato il sindacato dei giornalisti chiede la garanzia di stipendi decorosi che assicurino dignità al lavoro giornalistico e contribuiscano a garantirne l’autonomia.

Sono ambedue posizioni legittime e l’accordo sarebbe un modo per ripensare il futuro dei giornalisti che lavorano presso le redazioni dei grandi giornali.

Situazione diversa, invece, è quella dei tantissimi giornalisti che lavorano con i piccoli editori. La trasformazione tecnologica ha fatto entrare sul mercato nuovi soggetti di piccole dimensioni che operano spesso solo sul web. E poi c’è la situazione dei giornalisti soci di società cooperative, proprietari e, al contempo, dipendenti delle loro aziende. Sono situazioni estremamente diverse da quelle dei dipendenti delle grandi aziende editoriali, nelle quali la distinzione tra proprietà, impresa e lavoro giornalistico è molto più netta. Nelle cooperative, al contrario, il giornalista può essere contemporaneamente lavoratore e proprietario dell’impresa editoriale.

Anche in questo ciclo di trattativa la posizione della Federazione nazionale della stampa sembra essere esclusivamente rivolta a tutelare i giornalisti che lavorano nei grandi giornali, lasciando che gli altri vadano, se gli va bene, a rimorchio.

Un unico contratto, ma sottoscritto con una sola associazione, quella dei grandi editori, rende abbastanza evidente come il sindacato unitario dei giornalisti sia unitario solo nel nome. Il problema, infatti, non è l’esistenza di un unico contratto nazionale, ma che questo venga costruito attraverso un confronto che vede sul versante datoriale la rappresentanza delle grandi imprese editoriali e, su quello sindacale, una Federazione che sembra guardare prevalentemente alle esigenze dei giornalisti che lavorano in quelle stesse imprese. I piccoli editori, le cooperative e i giornalisti che vi lavorano rappresentano una parte importante del sistema dell’informazione e hanno caratteristiche economiche e organizzative profondamente diverse. Continuare a considerarli semplicemente a rimorchio delle grandi aziende non è un bene né per loro né per l’intera categoria.

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