Cernobbio rimette l’editoria al centro: i giornali valgono 2,2 miliardi ma la vera sfida è riprendersi lettori e informazione dagli algoritmi

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L’editoria italiana non è un’industria del passato da accompagnare lentamente verso il declino, ma una filiera economica che produce ancora miliardi di euro, occupazione qualificata e soprattutto una materia prima sempre più preziosa nell’epoca dell’intelligenza artificiale: informazione verificata, riconoscibile e accompagnata dalla responsabilità di chi la pubblica. È questo uno dei messaggi più interessanti arrivati dal 52° Forum TEHA di Cernobbio, dove il futuro dei quotidiani è entrato nel grande dibattito sull’economia italiana con la presentazione del Position Paper “Valore Sistema Editoria: una nuova agenda industriale per il sistema italiano dell’informazione a sostegno di competitività, coesione e qualità democratica del Paese”, realizzato da TEHA Group in collaborazione con QN Media e con il contributo scientifico di Alec Ross, Distinguished Professor alla Bologna Business School. La fotografia economica presentata a Cernobbio è significativa: la filiera core dell’editoria quotidiana italiana genera 2,2 miliardi di euro di ricavi e 805 milioni di valore aggiunto, coinvolge circa 8.600 occupati e 664 imprese equivalenti pro-quota. Ancora più interessante è il dato sulla produttività, pari a circa 93.700 euro di valore aggiunto per occupato, il 26,3% in più rispetto alla media nazionale. Numeri che non cancellano certamente la crisi della carta, la riduzione delle vendite, lo spostamento della pubblicità verso le grandi piattaforme e la trasformazione delle abitudini dei lettori, ma mettono in discussione una rappresentazione dell’editoria come industria ormai economicamente marginale e inevitabilmente destinata a scomparire.

Ed è proprio qui che Cernobbio prova a cambiare prospettiva. L’editoria non viene presentata soltanto come un comparto da difendere attraverso contributi e misure di emergenza, ma come un’infrastruttura strategica del Paese. Il contributo dei quotidiani non può infatti essere misurato esclusivamente attraverso ricavi e valore aggiunto, perché l’informazione professionale svolge funzioni che incidono sulla qualità della democrazia, sulla coesione dei territori e sulla possibilità per cittadini, imprese e istituzioni di prendere decisioni informate. Un giornale produce un bene che viene venduto sul mercato, ma contemporaneamente produce qualcosa che non entra completamente nel prezzo della copia o dell’abbonamento: conoscenza, controllo del potere, informazione locale, verifica delle fonti e pluralismo. Il problema è che proprio mentre questo valore diventa più importante, il modello economico che lo sostiene è sottoposto a una pressione senza precedenti. Per anni la grande trasformazione dell’editoria è stata identificata con il passaggio dalla carta al digitale, mentre oggi quella rivoluzione appare quasi semplice rispetto a ciò che sta accadendo. Il giornale non deve più soltanto convincere il lettore a passare dall’edicola allo smartphone, ma deve confrontarsi con un ecosistema nel quale motori di ricerca, social network, aggregatori e soprattutto sistemi di intelligenza artificiale si collocano sempre più spesso tra chi produce la notizia e chi la consuma. La vera battaglia non riguarda quindi soltanto quanto vale oggi l’editoria, ma chi controllerà domani il rapporto tra l’informazione e il lettore.

È probabilmente questo il nodo industriale decisivo dei prossimi anni. Gli editori hanno già sperimentato cosa significa perdere il controllo della distribuzione: prima hanno affidato una parte crescente della scoperta delle notizie ai motori di ricerca, poi ai social network e oggi rischiano di assistere a un passaggio ancora più radicale, perché l’utente può ottenere una risposta direttamente da un sistema di intelligenza artificiale senza raggiungere necessariamente il sito che ha prodotto l’informazione utilizzata per costruirla. Ne nasce un paradosso evidente: l’informazione professionale può diventare sempre più importante per alimentare l’intero ecosistema digitale mentre diventa contemporaneamente sempre più difficile trasformare quel valore in ricavi per chi sostiene i costi della sua produzione. Redazioni, inviati, cronisti, verifiche, archivi e giornalisti continuano ad avere un costo, mentre riprodurre, aggregare, sintetizzare e rielaborare i contenuti costa sempre meno. Quando produrre contenuti diventa quasi gratuito, la scarsità si sposta inevitabilmente sulla qualità. Verificare una fonte, assumersi la responsabilità di una pubblicazione, distinguere una notizia da una manipolazione, ricostruire il contesto e mettere un nome e una testata dietro ciò che viene pubblicato acquistano maggiore valore proprio perché l’intelligenza artificiale può produrre quantità praticamente illimitate di testi, immagini e informazioni.

Questo significa anche che il futuro dell’editoria non può essere costruito semplicemente difendendo il modello precedente. Sarebbe un errore interpretare Cernobbio come una richiesta di proteggere i giornali dalla tecnologia. La questione è sostanzialmente opposta: bisogna costruire un nuovo modello industriale capace di utilizzare tecnologia e intelligenza artificiale investendo contemporaneamente nelle persone, nella qualità e soprattutto nel rapporto diretto con il pubblico. Leonardo Maria Del Vecchio, presidente di LMDV Capital e QN Media, ha legato proprio a questa visione la scelta di investire nel settore dei media, definendo l’editoria un’infrastruttura fondamentale per la libertà del Paese e indicando nella trasformazione digitale un’occasione per costruire un nuovo modello attraverso investimenti nelle persone, nella tecnologia e nella relazione con i lettori. La logica è significativa perché rovescia uno schema che ha caratterizzato molti anni della crisi editoriale: non considerare più il giornale esclusivamente come una struttura nella quale ridurre i costi per compensare la diminuzione dei ricavi, ma come un prodotto nel quale tornare a investire per creare nuovi ricavi e nuovi pubblici.

Il tema del lavoro diventa inevitabilmente centrale. Se il futuro dell’editoria viene costruito soltanto riducendo gli organici, aumentando la precarietà e comprimendo il costo del lavoro giornalistico, il rischio è di indebolire proprio ciò che dovrebbe distinguere una testata professionale dalla quantità sterminata di contenuti disponibili gratuitamente online. Se invece l’intelligenza artificiale viene utilizzata per automatizzare attività ripetitive, analizzare grandi quantità di dati, migliorare prodotti e distribuzione e liberare risorse da destinare alla produzione giornalistica, la tecnologia può diventare un moltiplicatore della qualità invece che uno strumento per sostituirla. Il problema, dunque, non è più stabilire se l’AI entrerà nelle redazioni, perché è già entrata e continuerà a farlo, ma capire chi controllerà questa trasformazione e a quale scopo verrà utilizzata.

C’è poi un altro elemento che merita attenzione. Il Position Paper presentato a Cernobbio rappresenta la prima fase di un percorso e non contiene ancora un pacchetto definitivo di richieste alla politica. Il lavoro continuerà attraverso analisi, benchmark e confronto con gli stakeholder e il Rapporto Finale è previsto per il 3 dicembre 2026, quando dovrebbero arrivare anche le raccomandazioni di policy. Cernobbio è quindi un punto di partenza più che un punto di arrivo: prima si prova a misurare il valore dell’editoria e a ridefinirne il ruolo, poi bisognerà passare alle proposte concrete. Ed è proprio questa la parte che dovrà essere osservata con maggiore attenzione, perché affermare che l’informazione è un’infrastruttura strategica è relativamente semplice, mentre molto più difficile sarà tradurre questa definizione in un modello industriale sostenibile che tenga insieme grandi editori, testate medio-piccole, informazione locale, giornalisti, distribuzione, edicole, pubblicità e nuovi intermediari tecnologici. Il rischio sarebbe quello di immaginare il futuro dell’editoria soltanto attraverso i grandi gruppi, mentre una parte decisiva del pluralismo italiano continua a essere prodotta da realtà territoriali e specializzate che operano con risorse molto più limitate.

Lo stesso vale per il rapporto con le piattaforme. Dire che gli editori devono recuperare la relazione con il lettore significa interrogarsi su abbonamenti, registrazioni, newsletter, community, applicazioni, eventi e nuovi prodotti editoriali, ma significa anche affrontare il tema della remunerazione dei contenuti utilizzati dai grandi operatori tecnologici e dai sistemi di intelligenza artificiale. Se il giornalismo professionale diventa una delle materie prime utilizzate per costruire risposte automatiche sempre più sofisticate, il problema non sarà soltanto proteggere il copyright, ma stabilire come il valore economico generato lungo questa nuova catena debba essere distribuito. Per troppo tempo il dibattito italiano sull’editoria è stato quasi esclusivamente difensivo: copie che diminuiscono, edicole che chiudono, pubblicità che migra online, prepensionamenti, stati di crisi e contributi pubblici. Sono tutti problemi reali, ma raccontano soltanto metà della storia. L’altra metà riguarda ciò che accade quando l’informazione professionale scompare o viene sostituita da un flusso di contenuti governato esclusivamente da piattaforme, algoritmi e interessi commerciali internazionali.

È su questo terreno che l’editoria può tornare a rivendicare un ruolo industriale e non soltanto culturale. I 2,2 miliardi di ricavi e gli 805 milioni di valore aggiunto servono a ricordare che esiste ancora un’economia dell’informazione italiana e il valore aggiunto per addetto superiore alla media nazionale dimostra che non si tratta semplicemente di un settore improduttivo tenuto in vita artificialmente. Ma nessuno di questi numeri garantisce automaticamente il futuro. La trasformazione digitale e l’intelligenza artificiale stanno cambiando contemporaneamente produzione, distribuzione e consumo delle notizie ed è proprio questa simultaneità a rendere la fase attuale diversa dalle crisi precedenti. Non basta digitalizzare il giornale di carta, non basta costruire un sito e non basta nemmeno avere milioni di utenti se il rapporto con quegli utenti continua a essere controllato da qualcun altro. La vera sfida aperta a Cernobbio è quindi molto più ambiziosa: riportare il valore dell’informazione verso chi la produce, tornare a investire nel giornalismo invece di limitarsi a ridurne il costo, utilizzare l’intelligenza artificiale senza consegnarle la responsabilità editoriale, costruire un rapporto diretto con i lettori e impedire che siano esclusivamente algoritmi progettati fuori dall’Italia a decidere quali notizie meritano di essere viste e quali no. Il Forum ha messo sul tavolo i numeri, il 3 dicembre dovranno arrivare le proposte. E sarà quello il momento nel quale capire se “l’editoria come infrastruttura strategica” resterà una formula efficace pronunciata a Cernobbio oppure diventerà davvero l’inizio di una nuova politica industriale per l’informazione italiana.

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