Alessandro Sallusti, condannato a 14 mesi di reclusione domiciliare per diffamazione, non doveva essere assolto per la sua “evasione simbolica”. Lo ha scritto ieri Libero, riprendendo un articolo del Corriere della Sera. Il quotidiano diretto da Ferruccio De Bortoli, infatti, ha evidenziato una disparità di trattamento tra il direttore del Giornale e un imprenditore condannato per non aver risposto al citofono.
Ma spieghiamoci meglio. Il Corsera ha scritto che «un imprenditore, condannato ai domiciliari per una truffa all’Iva, dopo un anno di arresti è stato accusato di evasione per non aver risposto al citofono durante un controllo delle forse dell’ordine». Pare che la mancata risposta sia stata addebitata ad un mero guasto elettrico. Ma comunque il presunto evasore è stato condannato senza pietà.
Mentre Sallusti, che sempre secondo il quotidiano di Via Solferino avrebbe 13 precedenti, tra cui 7 condanne per diffamazione, l’ha fatta franca. Inoltre, siccome l’evasione si basa «sulla consapevolezza e sulla volontà di violare i domiciliari, Sallusti andava condannato», ha sentenziato il Corriere della Sera.
In effetti la volontà e la consapevolezza di violare i domiciliari ci è stata. Il giornalista lombardo lo aveva anche annunciato qualche giorno prima. Tuttavia il gesto dell’ex direttore di Libero non può essere paragonato ad una normale evasione. Ecco i motivi: la polizia giudiziaria non lo ha mai perso di vista; l’evasione è stata ripresa dalle telecamere (il video è stato usato anche in Tribunale); Sallusti è evaso solo perché voleva andare a San Vittore. Una evasione “simbolica”, dunque.
Esistono i reati simbolici?
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