Ci siamo: i pubblici ministeri di Roma e di Napoli hanno deciso di affidare gli incarichi per gli accertamenti irripetibili sui telefoni dei giornalisti e degli altri intercettati con il software spia Graphite dell’azienda Paragon. La notizia è arrivata nella serata di lunedì. Si tratta di un passaggio importante e necessario per procedere nell’inchiesta, avviata e gestita dalle Procure della capitale e del capoluogo campano, sul caso dei giornalisti intercettati. Nel mirino di Paragon ci sono le persone finite al centro dell’indagine e individuate dai magistrati come parti lese: il fondatore di Dagospia Roberto D’Agostino, i giornalisti Eva Vlaardingerbroek, Francesco Cancellato e Ciro Pellegrino e gli attivisti di Mediterranea Luca Casarini, Giuseppe Caccia e don Mattia Ferrara. Le operazioni sono state affidate ai tecnici specialisti della Polizia postale e a un pool di consulenti. L’inchiesta, che ogni giorno che passa diventa sempre più delicata e occupa uno spazio maggiore nel dibattito pubblico, è coordinata dai magistrati della Procura nazionale antimafia e antiterrorismo. Le ipotesi di reato, al momento contro ignoti, sono quelle di abusivo a sistema informatico e quanto previsto all’articolo 617 del codice penale su reati informatici, cognizione, interruzione o impedimento illecito di comunicazioni o conversazioni telegrafiche o telefoniche e installazioni abusiva di apparecchiature atte ad intercettare. Le conclusioni degli esami sono attese non prima del prossimo autunno. Dagli accertamenti irripetibili se ne saprà di più sul caso Paragon. Un pasticcio che, però, ha forti conseguenze sul piano più politico che giudiziario. La polemica è forte e tra i primi a battersi, chiedendo al governo di fare piena luce e chiarezza sull’episodio, è l’ex premier Matteo Renzi insieme al suo partito di Italia Viva.
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