Calenda contro il Fatto Quotidiano: dai conti alla delegittimazione, una polemica pessima

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Recentemente Carlo Calenda ha attaccato il Fatto Quotidiano su uno dei temi più cari al quotidiano diretto da Marco Travaglio: la sostenibilità economica dell’iniziativa editoriale.

Calenda ha pubblicato e commentato alcuni dati del bilancio della società editoriale del Fatto, parlando di “numeri disastrosi”: una perdita di circa 2,5 milioni di euro e un indebitamento finanziario netto vicino ai 5 milioni, in crescita rispetto all’anno precedente. A partire da questi dati, il leader di Azione ha sostenuto che una società in queste condizioni difficilmente avrebbe accesso al credito in condizioni normali, arrivando a segnalare la presenza di “molte anomalie” nei conti.

Da qui, l’attacco si è articolato su più livelli: sostenibilità economica, struttura dell’indebitamento, rapporti con il sistema bancario. Il passaggio più delicato è però quello successivo: Calenda ha sollevato interrogativi sui ricavi provenienti dall’estero, arrivando a evocare – in forma indiretta ma politicamente esplicita – possibili connessioni con la Russia, anche in relazione alla linea editoriale del giornale sulla guerra in Ucraina.

Marco Travaglio ha immediatamente replicato su due piani distinti. Sul versante tecnico, il direttore del Fatto ha ricondotto i ricavi contestati a rapporti commerciali con grandi gruppi internazionali, respingendo l’idea di flussi opachi. Sul piano politico, Travaglio ha risposta, descrivendo Calenda come espressione di una narrazione filogovernativa e interventista. In altri termini, una polemica economica si è trasformata rapidamente in uno scontro di legittimità politica.

I punti della discussione sono due. Il primo è rappresentato dal vizio, ormai consolidato, dei politici italiani di delegittimare i giornali che hanno linee editoriali non vicine alle proprie posizioni, con argomentazioni spesso deboli. I dati di bilancio sono pubblici e nessuno discute della possibilità di commentarli e di discuterli. Ma i conti vanno visti nella loro complessità: le ragioni di una perdita possono essere strutturali o contingenti e, come tali, devono essere analizzate. Calenda, che si dichiara avversario del populismo, difficilmente può aprire una polemica con un’impostazione di tipo massimalista. Anche l’indebitamento va letto nel quadro complessivo del bilancio di un’impresa e non come dato secco. E, soprattutto, insinuare – senza fornire elementi concreti – l’esistenza di finanziamenti esteri significa adottare lo stesso schema polemico che spesso viene imputato al giornale diretto da Travaglio: quello delle accuse generiche e delle ricostruzioni suggestive. La forma diventa sostanza e, a meno che Carlo Calenda non intenda candidarsi a un ruolo nel Fatto Quotidiano, questa è stata davvero una perdita di stile.

Il secondo punto riguarda, invece, la società editrice. Da sempre il Fatto Quotidiano si è vantato di stare sul mercato, di non chiedere finanziamenti pubblici, circostanza che merita una precisazione, alla luce dei dati consultabili nel Registro nazionale degli aiuti di Stato. Nei primi anni di attività la società ha distribuito ricchi dividendi agli azionisti, come si può leggere dai bilanci pubblici di quegli anni. Tutto legittimo, tutto coerente con una logica di mercato. Ma se le cose non vanno bene, proprio per dimostrare che Calenda dice cose senza senso, sarebbe opportuno che un giornale che ha fatto della trasparenza (degli altri) il proprio mantra fornisse un quadro chiaro e accessibile della situazione economico-finanziaria complessiva, e non solo ai propri lettori, chiarendo in particolare il tema dell’accesso al credito bancario, che sembra essere il vero punto della discussione.

La difesa e il sostegno dei giornali sono sempre necessari, in quanto rappresentano, oggi più che mai, un presidio essenziale di pluralismo e democrazia. Ma devono accettare di rendere trasparenti non solo i propri bilanci, che già sono pubblici, ma anche e soprattutto le dinamiche economiche e finanziarie che li determinano, perché è su questo terreno che si misura, in ultima analisi, la loro credibilità.

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