BREVETTI MOTOROLA: PERCHÈ PER GOOGLE POSSONO DIVENTARE UN’ARMA A DOPPIO TAGLIO

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Il bottino di 17mila licenze incamerato ad agosto da BigG dopo l’acquisto di Motorola Mobility potrebbe trasformarsi in una sorta boomerang per Mountain View. La notizia diffusa nelle ultime ore dal Wall Street Journal sull’esistenza di una lettera redatta da un legale del Gruppo ed indirizzata ai maggiori Enti di standardizzazione atti a vigilare sull’uso corretto delle concessioni d’uso delle licenze per i dispositivi mobili (tra cui anche quello Europeo, ETSI), sembra in parte confermarlo.

Nella missiva, che dovrebbe essere inviata nei prossimi giorni, Google si affretterebbe a chiarire la propria posizione, garantendo alle diverse organizzazioni no profit competenti, l’impiego equo, ragionevole e non discriminatorio (riassunto nell’acronimo FRAND) dei brevetti Motorola. Un chiarimento dovuto ma anche strategico, specie se il beneplacito dell’Antitrust Europeo sull’acquisizione costata a Mountain View 12,5 miliardi di dollari, arriverà solo dopo aver escluso il rischio di un abuso di posizione dominante da parte dell’inventore dell’ecosistema Android.
«Da quando abbiamo annunciato il nostro accordo per l’acquisto di Motorola Mobility lo scorso Agosto, ci è stato chiesto se i relativi brevetti standard continueranno ad essere concessi in licenza a condizioni FRAND una volta chiusa tale transazione, e la risposta è semplice, seguiteranno ad esserlo», riferisce a Bloomberg un portavoce del Gruppo, Niki Fenwik.

Eppure a complicare la faccenda ci pensa l’eterno rivale Apple che in una lettera inviata all’ETSI lo scorso novembre (ma divulgata solo ora dal WSJ) chiede che vengano fissate royalties appropriate per i brevetti tecnologici standard funzionali alla realizzazione dei dispositivi mobili. Per la Mela le rassicurazioni non sarebbero sufficienti, anzi, occorrerebbe stabilire un tetto comune ai prezzi delle licenze accordate in base agli impegni FRAND, il più delle volte invece pattuiti in segreto tra le aziende. Una prassi avvalorata dal contenuto di un’ altra lettera depositata il mese scorso da un legale di Apple presso un tribunale Californiano, in cui si denunciava che Motorola avrebbe chiesto a Cupertino un tasso di royalty del 2,25% sulle vendite per concedere in licenza i suoi brevetti. Vale a dire 1 miliardo di dollari cash prelevati solo nel 2011. Condizioni tutt’altro che “ragionevoli” ad un primo sguardo.
Il quadro però tende ad incupirsi una volta constatato che i due brevetti FRAND impugnati dalla “protetta” di Google (cioè lo standard IEEE 802.11 basic per il Wi-Fi e l’AVC/H.264, utilizzato per la codifica video), andrebbero a colpire anche Microsoft. Motorola avrebbe già chiesto un tasso del 2,25% anche dai proventi di vendita di alcuni prodotti di Redmond tra cui Xbox 360, Windows 7, Internet Explorer 9 e Windows Media Player. I presupposti per un uso “aggressivo” delle licenze FRAND da parte di Google dunque ci sarebbero tutti, specie se il reale scopo dell’acquisizione di Motorola sembra essere la difesa del proprio sistema operativo open search attaccato da più fronti (Apple, Oracle e Microsoft). Per di più Mountain View avrebbe dalla sua il potere di stabilire un brevetto globale per i produttori ufficiali di dispositivi Android (HTC, Samsung etc.) senza garantire la stessa copertura anche ai vendor non diretti. Uno scenario prefigurato anche dall’analista del blog Foss Patent, Florian Muller, il quale sostiene che Google possa servirsi dei brevetti essenziali di Motorola (l’H.264 con la codifica video) per indurre un’azienda come Amazon (produttore del tablet Kindle) a preferire per i propri dispositivi un’applicazione come YouTube piuttosto che Amazon Video. Condizionando di fatto la concorrenza.

A quel punto l’Antitrust Ue avrebbe tutti i motivi per vanificare una volta per tutte l’operazione dispendiosa di Big G, magari aprendo un’ulteriore indagine formale rispetto a quella già avviata contro Samsung accusata di abuso di posizione dominante per impugnazione illecita dei brevetti FRAND, giudicati essenziali per l’implementazione degli standard europei della telecomunicazione mobile.

Manuela Avino

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