Julian Assange rivela al Consiglio d’Europa che il giornalismo è diventato un mestiere fin troppo pericoloso. E, anzi, si dice “colpevole” di aver praticato giornalismo e di essere libero, oggi, “non perché funzioni il sistema” ma perché “mi sono dichiarato colpevole”. Di fare, appunto, giornalismo: questa, per Assange, la questione. “Voglio essere chiarissimo. Oggi non sono libero perché il sistema ha funzionato. Oggi sono libero dopo anni di carcere perché mi sono dichiarato colpevole di aver fatto giornalismo. Mi sono dichiarato colpevole di aver cercato informazioni da una fonte. Mi sono dichiarato colpevole di aver ottenuto informazioni da una fonte. Mi sono dichiarato colpevole di aver informato il pubblico su quali fossero quelle informazioni. Non mi sono dichiarato colpevole di nient’altro. Spero che oggi la mia testimonianza possa essere utile per evidenziare le debolezze delle tutele esistenti e aiutare coloro, i cui casi sono meno visibili, ma che sono ugualmente vulnerabili”.
Parole gravissime che riportano l’attenzione sullo stato di salute dell’informazione e, dunque, dell’editoria. In Europa come altrove. Che le maglie dei controlli si siano serrate sembra una certezza. Ma chi le ha serrate? E siamo davvero sicuri che si tratti solo di un problema con l’autorità classica e non, invece, con un nuovo potere emergente, eppure antico nelle sue radici, come quello dei grandi player digitali. Che, di fatto, decidono cosa sia vero e cosa sia “fake news”, nei fatti scelgono tramite algoritmo quali siti far salire nella visibilità e quali affossare senza dare soverchie spiegazioni nemmeno agli Stati in cui operano? E adesso, con l’avvento della tecnologia dell’intelligenza artificiale, per il giornalismo quali nuovi ostacoli si verranno a creare? Basterà comandare all’algoritmo la traccia e lui compilerà il “pezzo” che finirà ovunque in rete. Ma, dice: non avrà cuore né qualità. Eppure i numeri da sempre dimostrano che di “qualità” il pubblico ne cerca sempre meno dal momento che la soglia d’attenzione è sprofondata e l’abitudine a compulsare il web, a fare lo slalom tra milioni di contenuti (in fondo tutti uguali) non lascia il tempo al lettore di verificare e, talora, nemmeno di leggere fino in fondo prima di prodursi nell’ennesimo commento.
La censura di cui si parla troppo spesso non è un editto, né una legge e nemmeno un proclama. E’ altrove. Nel portare gli editori alla fame e i giornalisti alla disperazione. Nel colpire il portafogli, come se si trattasse di gente che si arricchisce e specula e non di lavoratori come gli altri. Assange parla di giornalismo d’inchiesta. Ma a rischiare, sul serio, è il giornalismo così com’è. E per quali cause, ormai, l’abbiamo imparato a capire.
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