Editoria

Apple prepara la sfida a Meta sugli smart glasses ma la vera rivoluzione potrebbe essere la privacy

La prossima grande sfida tra Apple e Meta potrebbe non giocarsi sullo smartphone e nemmeno su un nuovo social network ma su qualcosa che indosseremo direttamente sul volto. Gli smart glasses stanno rapidamente diventando uno dei settori più interessanti dell’elettronica di consumo e dopo anni di tentativi spesso poco convincenti l’arrivo dell’intelligenza artificiale sembra aver finalmente dato a questi dispositivi una funzione concreta. Gli occhiali possono ascoltare ciò che diciamo riconoscere ciò che abbiamo davanti rispondere alle nostre domande tradurre una conversazione fornire indicazioni e permetterci di interagire con un assistente digitale senza dover continuamente estrarre il telefono dalla tasca. Meta è già presente sul mercato e continua a investire pesantemente in questa direzione mentre Apple starebbe preparando la propria risposta ma potrebbe farlo seguendo una strada molto diversa. Secondo le indiscrezioni emerse sul progetto Cupertino starebbe infatti valutando di trasformare la privacy in uno degli elementi centrali dei suoi futuri occhiali arrivando a escludere alcune delle funzioni che oggi sembrano quasi inevitabili quando si parla di dispositivi indossabili dotati di intelligenza artificiale.

La questione più interessante riguarda inevitabilmente la fotocamera perché è proprio questo componente a rendere gli smart glasses contemporaneamente utili e controversi. Una telecamera posizionata all’altezza degli occhi permette all’intelligenza artificiale di osservare ciò che vede l’utente e di trasformare l’ambiente circostante in informazioni utilizzabili. Gli occhiali possono riconoscere un monumento leggere un cartello identificare un oggetto oppure aiutare chi li indossa a orientarsi. La stessa telecamera può però fotografare e registrare le persone presenti senza che queste comprendano immediatamente ciò che sta accadendo. Con uno smartphone il gesto della registrazione è generalmente evidente perché bisogna prendere il telefono orientarlo verso qualcuno e utilizzare la fotocamera mentre con un paio di occhiali la direzione della telecamera coincide naturalmente con quella dello sguardo. È proprio questa differenza a trasformare la privacy da una funzione accessoria in uno dei problemi fondamentali dell’intera categoria.

Apple starebbe ragionando proprio su questo punto e tra le possibilità prese in considerazione ci sarebbe quella di evitare il riconoscimento facciale automatizzato e la registrazione visiva continua. Secondo le indiscrezioni l’azienda starebbe inoltre valutando soluzioni hardware e software pensate per impedire che l’ambiente venga analizzato costantemente senza che le persone circostanti ne siano consapevoli. Una delle ipotesi più radicali sarebbe quella di utilizzare una fotocamera esclusivamente come sensore al servizio dell’intelligenza artificiale permettendole di comprendere oggetti testi indicazioni e luoghi senza offrire necessariamente all’utente la possibilità di scattare fotografie o registrare normali video. Non è esclusa neppure l’idea ancora più estrema di un modello privo di una fotocamera tradizionale e concentrato sull’interazione vocale con Siri sulle chiamate sull’audio e sulla gestione delle notifiche. Sono possibilità ancora da confermare ma mostrano quanto il tema della riservatezza possa influenzare persino il design fisico di una nuova categoria di prodotti.

Se Apple scegliesse davvero questa strada sarebbe una decisione tutt’altro che banale perché significherebbe rinunciare volontariamente ad alcune funzioni molto attraenti dal punto di vista commerciale per ridurre il rischio che gli occhiali vengano percepiti come strumenti di sorveglianza. La storia della tecnologia indossabile dimostra quanto questo problema possa essere determinante. Già ai tempi dei Google Glass la presenza di una fotocamera sempre visibile aveva provocato reazioni molto forti e in alcuni locali gli occhiali erano diventati indesiderati proprio perché le persone non sapevano se chi li indossava stesse registrando. Oggi il problema è ancora più complesso perché dietro la fotocamera non c’è soltanto la possibilità di produrre un video ma anche un sistema di intelligenza artificiale capace di interpretare ciò che vede.

È questa la grande differenza tra gli smart glasses del passato e quelli che stanno arrivando oggi. La telecamera non serve più necessariamente a conservare un’immagine ma può diventare l’occhio di un assistente digitale. Un sistema AI può osservare un menu e tradurlo può leggere un cartello può identificare un edificio può descrivere ciò che si trova davanti all’utente e potenzialmente può elaborare una quantità enorme di informazioni presenti nell’ambiente. Questo significa che la domanda sulla privacy non può più limitarsi a chiedere se gli occhiali stiano registrando un video. Bisogna chiedersi anche che cosa stiano analizzando dove avvenga questa elaborazione quali informazioni vengano conservate e se i dati vengano trasferiti verso server esterni.

Proprio l’elaborazione dei dati potrebbe diventare uno dei terreni sui quali Apple cercherà di costruire la propria differenza. Le indiscrezioni parlano di un forte ricorso all’elaborazione direttamente sul dispositivo con l’obiettivo di ridurre la quantità di immagini e informazioni personali trasmesse verso il cloud. È un’impostazione coerente con la strategia attraverso la quale Apple ha cercato negli ultimi anni di presentare la privacy come uno degli elementi distintivi del proprio ecosistema anche se bisognerà attendere un prodotto reale e la relativa documentazione tecnica prima di sapere esattamente come funzioneranno gli occhiali. Lo stesso vale per l’eventuale utilizzo dei dati raccolti dai sensori e per il rapporto con Apple Intelligence.

Ci sarebbe poi il problema di rendere evidente alle altre persone quando una telecamera viene effettivamente utilizzata. Anche su questo fronte Apple starebbe valutando indicatori luminosi chiaramente visibili che permettano a chi si trova davanti all’utente di capire quando il dispositivo sta acquisendo immagini. È una questione che interessa ormai l’intero settore e non soltanto Cupertino perché un piccolo LED può diventare una sorta di nuova regola sociale. Quando una persona vede uno smartphone puntato verso di sé comprende immediatamente la possibilità di essere fotografata mentre con gli occhiali questo linguaggio deve ancora essere costruito. Un indicatore luminoso potrebbe servire proprio a creare un segnale universalmente riconoscibile anche se naturalmente la presenza di una luce non risolve da sola tutte le questioni relative al consenso e alla legittimità delle riprese.

La scelta di Apple diventerebbe ancora più significativa se confrontata con la direzione intrapresa da Meta. I Ray-Ban Meta hanno contribuito a dimostrare che gli occhiali intelligenti possono diventare un prodotto utilizzabile nella vita quotidiana proprio perché non hanno l’aspetto di un dispositivo futuristico e permettono di fotografare registrare ascoltare musica effettuare chiamate e interagire con Meta AI. Per Apple entrare nello stesso mercato copiando semplicemente questo modello potrebbe avere poco senso. Cupertino ha bisogno di trovare un elemento di differenziazione e la privacy potrebbe diventare precisamente quel terreno sul quale costruire un’identità diversa.

La competizione potrebbe quindi produrre due differenti filosofie dello smart glass. Da una parte dispositivi nei quali la fotocamera assume un ruolo sempre più centrale perché permette all’intelligenza artificiale di comprendere continuamente il mondo che circonda l’utente e dall’altra un approccio più restrittivo nel quale l’AI viene utilizzata cercando di limitare l’acquisizione permanente dell’ambiente. Non sappiamo ancora se Apple sceglierà davvero questa seconda strada e soprattutto quanto sarà disposta a sacrificare in termini di funzionalità ma il semplice fatto che l’azienda stia valutando questi problemi mostra quanto la privacy sia diventata decisiva nella progettazione dei dispositivi indossabili.

Esiste infatti una particolarità che distingue gli smart glasses da quasi tutti gli altri prodotti tecnologici personali. Quando compriamo uno smartphone siamo noi a decidere di utilizzarlo e siamo principalmente noi a interagire con le sue funzioni. Quando indossiamo un dispositivo con una telecamera puntata costantemente verso l’esterno coinvolgiamo invece anche tutte le persone che incontriamo. Chi entra nel campo visivo degli occhiali non ha acquistato quel prodotto non ne ha accettato le condizioni di utilizzo e potrebbe non sapere nemmeno quali capacità tecnologiche possieda. La privacy degli smart glasses riguarda quindi tanto chi li indossa quanto chi gli sta davanti.

È qui che Apple potrebbe cercare di costruire un vantaggio competitivo molto particolare. Un paio di occhiali intelligenti deve essere accettato non soltanto dal proprietario ma anche dalla società che lo circonda. Se entrando in un ristorante in un ufficio in una scuola o in una riunione le persone percepiscono gli smart glasses come una telecamera potenzialmente sempre attiva il dispositivo rischia di incontrare una resistenza sociale molto più forte rispetto a quella affrontata dagli smartwatch o dagli auricolari wireless. Se invece il design e le caratteristiche tecniche rendono immediatamente chiaro quando e come vengono utilizzati i sensori la percezione potrebbe essere completamente diversa.

Naturalmente una strategia fortemente orientata alla privacy comporterebbe anche dei compromessi. Eliminare la possibilità di scattare fotografie significherebbe rinunciare a una delle funzioni più immediate degli occhiali di Meta e limitare troppo la fotocamera potrebbe ridurre anche le capacità dell’intelligenza artificiale. Un assistente che comprende il contesto visivo può essere molto più utile di un sistema che dispone soltanto della voce e dell’audio. Apple dovrà quindi trovare un equilibrio tra utilità e riservatezza perché un prodotto estremamente rispettoso della privacy ma troppo limitato potrebbe avere difficoltà a convincere i consumatori.

Il vero obiettivo potrebbe essere quello di separare progressivamente il concetto di vedere da quello di registrare. Una fotocamera utilizzata dall’intelligenza artificiale per analizzare temporaneamente un oggetto non deve necessariamente produrre un file fotografico permanente. Se gran parte dell’elaborazione potesse avvenire localmente e le immagini venissero utilizzate soltanto per il tempo necessario a rispondere alla richiesta dell’utente si potrebbe immaginare una nuova categoria di sensori visivi più vicina alla percezione temporanea che alla tradizionale videocamera. È un terreno tecnologicamente e giuridicamente molto interessante perché obbliga a ripensare anche il significato stesso della parola registrazione.

Il successo dipenderà inoltre dalla capacità di spiegare queste differenze alle persone. Un dispositivo può avere le migliori protezioni tecniche possibili ma se chi si trova davanti agli occhiali non è in grado di comprenderle continuerà a percepire una possibile minaccia. Apple dovrà quindi lavorare non soltanto sull’hardware e sul software ma anche sul linguaggio visivo del prodotto rendendo evidente quando i sensori vengono utilizzati e quale funzione stanno svolgendo. È un problema di design ma anche di fiducia.

L’intelligenza artificiale rende questa fiducia ancora più importante perché nei prossimi anni gli occhiali potrebbero diventare uno dei principali strumenti attraverso i quali interagiremo con gli assistenti digitali. Uno smartphone deve essere estratto dalla tasca e guardato mentre un paio di occhiali è già nella posizione ideale per vedere ciò che vediamo e ascoltare ciò che ascoltiamo. Se l’AI riuscirà a utilizzare queste informazioni in maniera efficace potrà fornire un livello di assistenza impossibile da ottenere attraverso i dispositivi tradizionali ma proprio questa vicinanza alla persona renderà necessario stabilire confini molto più precisi.

Per Apple la partita potrebbe essere particolarmente importante anche perché gli smart glasses rappresenterebbero un ponte naturale tra l’esperienza accumulata con Vision Pro e il mercato di massa. Un visore è un prodotto tecnologicamente sofisticato ma rimane un oggetto che viene utilizzato in circostanze specifiche mentre degli occhiali leggeri potrebbero accompagnare una persona per gran parte della giornata. È proprio questa continuità di utilizzo a rendere la privacy una questione centrale perché un dispositivo indossato per ore avrebbe accesso potenziale a una quantità di contesto enormemente superiore rispetto a quella di un apparecchio utilizzato occasionalmente.

Al momento comunque la prudenza è necessaria. Apple non ha ancora presentato ufficialmente questi smart glasses e molte delle caratteristiche descritte derivano da indiscrezioni. Non sappiamo se il prodotto finale avrà una fotocamera tradizionale né se Apple deciderà davvero di impedirne l’utilizzo per fotografie e video e non esiste ancora una conferma ufficiale sulla configurazione definitiva. Anche l’ipotesi di attendere il 2027 per avere indicazioni più precise resta legata alle informazioni non ufficiali che circolano sul progetto.

La direzione che emerge è però significativa perché dimostra che la prossima battaglia degli smart glasses potrebbe non essere combattuta soltanto sulla qualità delle fotocamere sulla potenza dell’intelligenza artificiale o sulla durata della batteria. Potrebbe essere combattuta sulla fiducia. Meta ha contribuito a trasformare gli occhiali intelligenti in un prodotto reale e Apple dovrà trovare una ragione convincente per chiedere agli utenti di scegliere la propria alternativa. La privacy potrebbe diventare proprio quella ragione soprattutto se Cupertino riuscirà a dimostrare che un dispositivo può comprendere il mondo circostante senza trasformarsi necessariamente in una telecamera sempre pronta a registrarlo.

È una sfida che riguarda molto più di Apple e Meta perché nei prossimi anni sempre più aziende proveranno probabilmente a mettere l’intelligenza artificiale davanti ai nostri occhi. A quel punto non basterà chiedersi quanto siano intelligenti gli occhiali ma dovremo capire anche quanto siano rispettosi delle persone che incontrano. Se Apple riuscirà davvero a costruire un prodotto nel quale la privacy non è semplicemente una voce nelle impostazioni ma una caratteristica incorporata direttamente nell’hardware potrebbe introdurre uno standard destinato a influenzare tutto il settore. Perché gli smart glasses potranno diventare realmente quotidiani soltanto quando non saranno accettati esclusivamente da chi decide di indossarli ma anche da chi ogni giorno si troverà dall’altra parte delle loro lenti.

Ivan Zambardino

Recent Posts

Apple vuole pagare le notizie quando le usa. Un nuovo modello per editori e intelligenza artificiale

Si torna a parlare del rapporto tra piattaforme ed editori. Questa volta protagonista è Apple.…

24 ore ago

Apple cambia strategia in Cina, un modello AI sviluppato con Alibaba per portare Apple Intelligence sugli iPhone

Apple prepara una svolta importante nella propria strategia sull’intelligenza artificiale e sceglie di farlo in…

1 giorno ago

L’AI lascia la firma, Anthropic mette un marchio invisibile nei testi di Claude: il copia e incolla non sarà più lo stesso

Per anni uno dei problemi più difficili legati alla diffusione dell’intelligenza artificiale generativa è stato…

2 giorni ago

Sintesi Ai: gli editori francesi trascinano Google all’Antitrust

Ancora una volta è dalla Francia che parte la riscossa. Quella degli editori contro i…

2 giorni ago

ChatGPT e privacy, cosa succede ai nostri dati quando parliamo con l’intelligenza artificiale

ChatGPT e gli altri sistemi di intelligenza artificiale generativa sono entrati nella vita quotidiana con…

3 giorni ago

L’Unità, la replica di Romeo al Pd: “Non c’è alcuna offerta”

Non c’è ancora alcuna offerta per L’Unità, Romeo risponde ai desideri del Pd. Vendere e…

3 giorni ago