Anche il digitale piange: Buzzfeed e Vice finiscono ko

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Giornalismo online, se il digitale (da solo) non paga: Buzzfeed News chiude i battenti, Vice si approssima a dichiarare bancarotta. Anche i giganti inciampano. E quando cadono, dopo aver strombazzato, in lungo e in largo, che l’era della carta era finita e che tutto sarebbe passato dal web, fanno ancora più rumore. Ma attenzione, perché non è la rivincita della carta stampata che ha già i suoi, grossi, problemi da affrontare. Buzzfeed e Vice sono (stati?) due colossi dell’informazione online. Il primo ha puntato, fortissimo, sul giornalismo d’inchiesta. Il secondo, invece, su quello di costume e specifico sulla tecnologia. Sembrava che entrambe dovessero trasformare, per sempre, il modo stesso di fare giornalismo. Ma ora, dopo essersi ingrandite su scala globale, sono inciampate. Sono lontani, lontanissimi, i tempi in cui Shane Smith – uno dei fondatori di Vice – ebbe a dichiarare, al New York Times che Vice e il suo giornalismo vicino ai lettori, cool, interessante e immediato avrebbe svolto il ruolo funereo di “ultimo chiodo sulla bara del giornalismo tradizionale”. Non è andata così.

Vice presenterà istanza di fallimento e, a darne notizia, è stato proprio il New York Times che avrebbe dovuto essere travolto. Nel 2022, i risultati sono stati deficitari. La ricerca di un investitore, o magari di un acquirente, pronto a sborsare 5,7 miliardi di dollari per la società s’è rivelata un buco nell’acqua. Si andrà alla bancarotta. E saranno i creditori a fare un sol boccone di Vice Media, in prima battuta Fortress Investment Group. Buzzfeed ha chiuso, dopo poco meno di dodici anni, la sua sezione News. Jonah Peretti, Ceo del gruppo e fondatore di Buzzfeed, ha parlato di difficoltà economiche “causate dalla pandemia, dalla crisi della pubblicità e dalla concorrenza nel settore tecnologico”. Insomma, i giornali online hanno gli stessi, identici, problemi di quelli “tradizionali”. A cominciare dall’ingombrante presenza degli Over the Top, Google e Facebook in testa, che drenano i flussi della pubblicità. Così è difficile, pure per chi opera su scala globale e riesce (come accaduto nel 2021) a vincere un Premio Pulitzer, raggiungere la sostenibilità finanziaria. Buzzfeed è quotata al Nasdaq dal novembre 2021,  e da allora ha fatto sempre registrare quotazioni altalenanti, passando da un massimo di 5,62 dollari a un minimo di 0,51 dollari nell’arco di un anno. Il 28 aprile scorso, il titolo ha chiuso a 54 centesimi di dollari. Il fatturato di BuzzFeed nel 2022 è stato di 436,67 milioni di dollari, con una perdita netta di 182,7 milioni di dollari.

Insomma, a differenza di quanto si era immaginato negli anni scorsi, la questione è molto più profonda e complessa. Non è uno scontro tra media in senso tecnico: non è il futuro digitale contro il passato della carta. O, almeno, non è solo quello. Il vero problema è che la rete, attualmente un autentico Far West che va cristallizzandosi, è dominato da pochi attori troppo grandi per essere anche solo messi in discussione. E che assorbono gli investimenti in pubblicità, sfruttando i contenuti elaboratori e pubblicati dagli editori, lasciando appena le briciole agli altri. Così non si va lontano.

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