Renzo Foa, nato nel 1946, morto a Roma ieri sera, è stato un inviato coraggioso, ha diretto Paese Sera e l’Unità, ha collaborato al Giornale, era ora condirettore di Liberal. Bastano questi titoli a segnalare un itinerario che sembrerebbe paradossale, se non testimoniasse di uno sforzo caparbio di indipendenza personale.
Quando sentì di non credere più al comunismo ortodosso cui si era addestrato dall’adolescenza, ruppe di colpo, senza preoccuparsi di capovolgere opinioni e frequentazioni. Era insofferente, nel crollo di un’ideologia che si era voluta infrangibile, di gradualismi, aggiustamenti e continuità. Nei confronti di chi passa le linee, il comunismo aveva coniato due epiteti: uno lusinghiero, “transfuga”, se le aveva passate per venire di qua, uno terribile, “rinnegato”, per chi passasse di là, nelle file dell’odiata borghesia. Renzo ne ebbe abbastanza di transfughi e rinnegati: cercò di essere uomo libero. Arrivò, in una conversazione ininterrotta, a sorridere della rassegnazione di Vittorio al ruolo di padre nobile di uno schieramento del quale era stato militante eretico.
(Dalla rassegna stampa ccestudio.it)
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