Trump stringe sui giornalisti stranieri, negli Stati Uniti cambiano le regole per i corrispondenti internazionali

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Per raccontare davvero un Paese non bastano poche settimane e spesso non bastano nemmeno pochi mesi. Un corrispondente straniero deve conoscere la politica locale, costruire una rete di fonti, comprendere le istituzioni, seguire campagne elettorali e conflitti sociali, viaggiare attraverso territori enormi e soprattutto avere il tempo necessario per andare oltre le dichiarazioni ufficiali. È per questo che la decisione dell’amministrazione Trump di cambiare le regole che disciplinano la permanenza negli Stati Uniti dei rappresentanti dei media stranieri sta provocando forti preoccupazioni nel mondo dell’informazione internazionale. La nuova disciplina stabilisce infatti un periodo di ammissione massimo di 240 giorni per la maggior parte dei giornalisti e degli altri rappresentanti dei media stranieri che entrano negli Stati Uniti con la classificazione I, mentre per molti cittadini della Repubblica Popolare Cinese impegnati nell’attività giornalistica il limite sarà ancora più breve e arriverà a 90 giorni. Le estensioni resteranno possibili, ma il cambiamento sostanziale è evidente perché si passa da un sistema che consentiva di rimanere negli Stati Uniti per la durata dell’attività autorizzata a un meccanismo basato su periodi prestabiliti e successive richieste di proroga.

È proprio questo passaggio a rendere la questione molto più importante di una semplice modifica amministrativa. Il governo sostiene che stabilire periodi definiti permetterà alle autorità di effettuare controlli più frequenti e verificare che chi si trova negli Stati Uniti continui a rispettare le condizioni previste dal proprio status. Dal punto di vista dell’amministrazione la misura rientra quindi in una più ampia revisione delle regole applicate a differenti categorie di cittadini stranieri e non riguarda esclusivamente i giornalisti perché il nuovo sistema modifica anche il regime della cosiddetta “duration of status” per studenti internazionali e partecipanti ai programmi di scambio. Per i rappresentanti dei media però le conseguenze assumono inevitabilmente un significato diverso perché il loro lavoro riguarda direttamente la possibilità di osservare il potere politico e raccontare gli Stati Uniti al pubblico internazionale.

La differenza può sembrare burocratica ma nella vita quotidiana di una redazione è tutt’altro che secondaria. Un grande quotidiano europeo o asiatico che decide di mantenere un proprio corrispondente a Washington o New York non organizza normalmente quella presenza pensando a un incarico di pochi mesi. Un giornalista può rimanere per anni perché una parte fondamentale del suo lavoro consiste proprio nell’acquisire progressivamente una conoscenza approfondita del Paese. Significa capire come funziona il Congresso, conoscere le persone che lavorano nelle amministrazioni, seguire la Casa Bianca, costruire rapporti con diplomatici, analisti, associazioni, sindacati, imprese e organizzazioni della società civile. Significa anche uscire dalle grandi città e raccontare un’America che non coincide necessariamente con Washington o Manhattan. Tutto questo richiede stabilità e proprio la stabilità è uno degli elementi che le organizzazioni giornalistiche temono possa essere indebolito dalla necessità di ricorrere periodicamente alle procedure di estensione.

Il governo americano sottolinea che i rinnovi saranno possibili e questo è un elemento essenziale per comprendere correttamente la misura. Non significa quindi che dopo 240 giorni un giornalista europeo debba necessariamente lasciare definitivamente gli Stati Uniti. Il problema sollevato dalle associazioni della stampa riguarda piuttosto la precarietà che potrebbe derivare dalla necessità di ottenere ripetutamente un’estensione e dall’incertezza sui tempi e sugli esiti delle procedure. Reporters Without Borders ha criticato duramente la decisione e anche la Foreign Press Association ha espresso forti preoccupazioni sostenendo che un sistema del genere può rendere molto più difficile organizzare il lavoro continuativo dei corrispondenti.

Ed è qui che la questione amministrativa incontra quella della libertà di stampa. Un giornalista straniero che sa di dover chiedere periodicamente alle autorità americane di poter continuare a lavorare nel Paese potrebbe trovarsi almeno potenzialmente in una posizione differente rispetto a chi dispone di una prospettiva più stabile. Le organizzazioni che criticano la misura temono soprattutto un possibile effetto dissuasivo e cioè che l’incertezza sul rinnovo possa pesare sulla libertà con cui un corrispondente affronta temi particolarmente controversi. Questo non significa affermare che un articolo critico determinerà automaticamente il mancato rinnovo perché una conclusione del genere non è supportata dalla nuova regola. Significa però comprendere perché il sistema venga osservato con preoccupazione da chi considera l’indipendenza dei giornalisti anche una questione di distanza dalle autorità sulle quali sono chiamati a esercitare il proprio controllo.

Il contesto politico rende inevitabilmente il dibattito ancora più acceso. Donald Trump mantiene da anni un rapporto fortemente conflittuale con una parte dell’informazione americana e internazionale e durante la sua seconda amministrazione le tensioni con media e giornalisti sono rimaste elevate. Allo stesso tempo il Dipartimento di Stato ha intensificato enormemente la revisione dei visti e nell’agosto 2026 ha comunicato di averne revocati più di 175 mila dall’inizio della nuova amministrazione, indicando tra le motivazioni violazioni delle condizioni di soggiorno, attività criminali e questioni di sicurezza nazionale ma includendo anche alcuni casi legati a dichiarazioni politiche. Si tratta di situazioni differenti dalla nuova disciplina dei giornalisti e non vanno confuse, ma contribuiscono a spiegare il clima nel quale la decisione viene interpretata.

Ancora più delicata è la situazione dei giornalisti cinesi. Per molti rappresentanti dei media con passaporto della Repubblica Popolare Cinese il periodo previsto è infatti limitato a 90 giorni, con una disciplina diversa per i titolari di passaporti delle regioni amministrative speciali di Hong Kong e Macao. Anche in questo caso sono previste possibilità di estensione ma tre mesi rappresentano un orizzonte particolarmente breve per chi deve svolgere il lavoro di corrispondente in un Paese grande e politicamente complesso come gli Stati Uniti. La scelta si inserisce inoltre in una lunga storia di tensioni tra Washington e Pechino sul trattamento reciproco dei giornalisti. Già durante la prima amministrazione Trump gli Stati Uniti avevano introdotto restrizioni nei confronti dei reporter cinesi dopo una serie di scontri diplomatici che avevano coinvolto anche giornalisti americani presenti in Cina.

Il rischio è quindi quello della reciprocità. Se Washington limita maggiormente la permanenza dei giornalisti cinesi Pechino potrebbe rispondere con nuove restrizioni nei confronti dei corrispondenti statunitensi e il risultato finale sarebbe una riduzione della possibilità per entrambe le società di conoscersi attraverso un’informazione indipendente. È un meccanismo particolarmente pericoloso in una fase nella quale Stati Uniti e Cina competono su commercio, semiconduttori, intelligenza artificiale, sicurezza e influenza internazionale. Proprio quando i rapporti diventano più difficili sarebbe infatti necessario avere più giornalisti capaci di raccontare direttamente ciò che accade dall’altra parte e non meno. La Cina ha già criticato le restrizioni americane e in passato il tema dei visti dei giornalisti è stato utilizzato da entrambi i Paesi come strumento di pressione diplomatica.

La presenza dei corrispondenti internazionali ha inoltre un valore che spesso viene sottovalutato. Un giornalista italiano che racconta gli Stati Uniti non svolge semplicemente lo stesso lavoro di un collega americano traducendolo in un’altra lingua. Osserva la politica americana pensando al proprio pubblico e seleziona questioni che possono avere conseguenze dirette sull’Italia e sull’Europa. Lo stesso vale per un reporter francese, tedesco, giapponese, indiano o brasiliano. Sono questi giornalisti a spiegare nei rispettivi Paesi che cosa significa una decisione della Federal Reserve, come potrebbe cambiare la politica commerciale americana, quali conseguenze possono avere i dazi, cosa accade all’interno della NATO e come si modifica la posizione degli Stati Uniti su guerre, tecnologia, energia e clima. Ridurre la stabilità di questa rete di osservatori significa quindi intervenire indirettamente sul modo in cui gli Stati Uniti vengono raccontati nel resto del mondo.

C’è anche una questione economica che riguarda direttamente gli editori. Mantenere un ufficio di corrispondenza all’estero costa molto e negli ultimi vent’anni numerose testate hanno già ridotto la propria presenza internazionale a causa della crisi dell’editoria. Se a questi costi vengono aggiunti maggiore burocrazia, frequenti procedure di rinnovo e incertezza sulla possibilità di mantenere lo stesso giornalista nel Paese, alcune redazioni potrebbero decidere che avere un corrispondente permanente non è più economicamente conveniente. Il rischio non riguarderebbe necessariamente i più grandi gruppi editoriali internazionali, che dispongono delle risorse per affrontare procedure amministrative complesse, ma soprattutto testate più piccole, media indipendenti e organizzazioni giornalistiche provenienti da Paesi con mercati editoriali meno ricchi.

Il risultato potrebbe essere paradossale. Una norma presentata come strumento per aumentare il controllo sui cittadini stranieri potrebbe contribuire a rendere l’informazione internazionale sugli Stati Uniti più dipendente da un numero ristretto di grandi organizzazioni editoriali. Meno corrispondenti significa infatti meno punti di vista e meno capacità di seguire temi che non interessano necessariamente le grandi agenzie globali. Il pluralismo dell’informazione internazionale dipende anche dalla possibilità che giornalisti provenienti da culture e sistemi editoriali differenti possano osservare direttamente gli stessi fatti e raccontarli secondo prospettive diverse.

Per questo parlare soltanto di durata dei visti rischia di nascondere la parte più importante della vicenda. Il vero interrogativo riguarda il rapporto tra sicurezza delle frontiere, potere dello Stato e libertà dell’informazione. È legittimo che un Paese stabilisca regole per l’ingresso e la permanenza degli stranieri ed è altrettanto legittimo che verifichi il rispetto delle condizioni previste dai visti. Ma quando quelle regole riguardano persone il cui mestiere consiste nel raccontare e spesso criticare le istituzioni pubbliche, ogni cambiamento deve essere valutato anche per gli effetti indiretti che può produrre sull’indipendenza del loro lavoro.

È proprio su questo terreno che sostenitori e oppositori della nuova disciplina si dividono. Per l’amministrazione Trump il passaggio a periodi definiti permette un controllo più frequente e rende il sistema migratorio maggiormente verificabile. Per le organizzazioni giornalistiche invece la necessità di rinnovare periodicamente l’autorizzazione introduce un elemento di incertezza incompatibile con la stabilità necessaria per svolgere il lavoro di corrispondente. Sono due letture differenti dello stesso provvedimento e sarà soprattutto l’applicazione concreta della norma a mostrare quale sarà il suo impatto reale.

Un elemento sarà particolarmente importante e cioè capire come verranno valutate le richieste di estensione. Se le procedure saranno rapide, prevedibili e basate su criteri chiaramente verificabili, una parte delle preoccupazioni potrebbe ridimensionarsi. Se invece i rinnovi dovessero trasformarsi in processi lunghi o incerti, l’effetto sul lavoro delle redazioni internazionali potrebbe diventare molto più significativo. La libertà di stampa infatti non viene determinata soltanto dall’esistenza formale del diritto di pubblicare una notizia. Dipende anche dalle condizioni materiali nelle quali un giornalista può lavorare, dalla possibilità di accedere alle fonti, dalla stabilità professionale e dall’assenza di pressioni capaci di condizionare le scelte editoriali.

La nuova regola entrerà in vigore il 15 settembre 2026 e soltanto allora inizieremo a vedere le conseguenze concrete per le redazioni e per i corrispondenti stranieri presenti negli Stati Uniti. La questione però va ben oltre i 240 giorni indicati dalla norma perché riguarda quale ruolo gli Stati Uniti vogliono attribuire allo sguardo del resto del mondo sulla propria società. Per decenni Washington ha presentato la libertà di stampa come uno degli elementi fondamentali della democrazia americana e la presenza di migliaia di giornalisti internazionali ha contribuito alla capacità del Paese di esercitare influenza culturale e politica ben oltre i propri confini.

Per questo la stretta sui giornalisti stranieri rischia di produrre conseguenze che non si misurano soltanto attraverso il numero delle richieste di rinnovo. Una democrazia viene osservata anche attraverso il modo in cui accetta di essere raccontata da chi arriva dall’esterno e un corrispondente straniero non è semplicemente un visitatore che rimane più a lungo degli altri. È uno degli strumenti attraverso i quali milioni di persone possono comprendere direttamente ciò che accade in un altro Paese. Rendere quella presenza più precaria significa intervenire su un pezzo dell’infrastruttura invisibile che permette all’informazione internazionale di esistere e proprio per questo il vero effetto della decisione di Trump non andrà cercato soltanto negli uffici dell’immigrazione ma nelle redazioni che nei prossimi mesi dovranno decidere se e come continuare a raccontare l’America dall’America.

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