Ci ha pensato a lungo Michele Santoro prima di scegliere, se dove e come rifare, eventualmente, il suo «Servizio pubblico». Del resto il Michele nazionale non lascia mai niente al caso: dai successi di share alle polemiche. E quindi, prima di mettere nero su bianco l’accordo per la sua nuova sfida professionale sugli schermi di La 7 si è premurosamente assicurato di chiudere il tavolo di incontri, e possibili intese tenuto in piedi in questi mesi con Sky.
Quindi la scelta definitiva annunciata nel Tg di Mentana. Con il no alla pay-tv di Murdoch per il sì a Ti Media, alla corte di Giovanni Stella. Il tutto, un anno dopo il gran rifiuto, in una scia di rumorose polemiche. All’epoca, infatti, le strade si divisero «perché Santoro chiedeva piena libertà autoriale, senza responsabilità» ha chiarito Stella, «oggi in cambio di quella libertà, Santoro si pagherà le querele». Ma per ora, comunque, a sborsare denari sarà Ti media. Perché il cosiddetto «effetto Santoro» – che pure si è già fatto sentire con un rialzo in borsa – non sarà certamente a costo zero per l’Ad di La 7. Anzi, a sentire i racconti nel quartier generale della Tv di Telecom pare sia piuttosto salato. L’intesa di massima, infatti, prevederebbe la realizzazione di 24 puntate del talk show santoriano affidate alla produzione di «Studio zero» per una cifra di circa 300mila euro a puntata (destinati a crescere in base allo share), che moltiplicati per 24 fanno oltre 7 milioni di euro. Questo per quel che riguarda la produzione. Quindi, per il conduttore, un compenso certamente vicino al milione di euro.
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