Mentre qui si discute del nulla, uno chiude l’Ilva di qui e l’altro smantella Finmeccanica di là, nella patria della democrazia, nella culla delle libertà, si canta tutta un’altra musica. Il soldato Bradley Manning è stato condannato a trentacinque anni di carcere per aver favorito la diffusione su WikiLeaks di documenti riservati del Pentagono e del Dipartimento di Stato. Manning, secondo gli ispettori di Amnesty International, durante il periodo di detenzione già scontato in carcere, è stato sottoposto a torture e maltrattamenti. Il soldato statunitense ha favorito la diffusione dei documenti governativi in quanto riteneva che le politiche internazionali degli Stati Uniti dovessero essere trasparenti e conosciute ai cittadini; non era mosso da interessi personali, tangenti o mazzette. Ma negli Stati Uniti la sicurezza nazionale è una cosa seria, il “Patrioct Act” adottato dall’amministrazione Bush all’indomani dell’infame attentato alle torri gemelle è rimasta la traccia. Ed il democratico Obama solo recentemente ha annunciato di rendere il programma di sicurezza più trasparente; e ciò solo a seguito degli effetti mediatici dello scandalo Snowden. Gli Stati Uniti non tornano indietro quando devono tutelare i propri interessi. E nonostante il dibattito sui mezzi d’informazione internazionali sia acceso, nessuno grida allo scandalo, dove batte la bandiera a stelle e strisce. Perché la libertà va difesa non solo a chiacchiere ma anche con i fatti. Il confronto sui giornali statunitensi probabilmente condurrà il Presidente americano a concedere la grazia al giovane soldato che aveva confuso un sogno con la realtà. Lo scandalo, perché di scandalo, anzi di scandali si tratta, hanno lasciato il passo all’interesse nazionale; che spesso coincide con una difficile tutele delle tanto agognate libertà. Come succede nei grandi Paesi.
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