Tra poche settimane milioni di studenti torneranno tra i banchi e insieme a libri, quaderni, professori e compiti tornerà anche quella gigantesca quantità di tecnologia che ormai accompagna praticamente ogni momento della vita scolastica. Il registro è elettronico, le comunicazioni arrivano sul telefono, i genitori organizzano le giornate attraverso gruppi WhatsApp, fotografie e video delle attività finiscono facilmente sui social, gli studenti utilizzano piattaforme digitali per studiare e sempre più spesso interrogano ChatGPT, Gemini e altri strumenti di intelligenza artificiale per preparare un lavoro, capire un argomento o correggere un testo. La scuola italiana del 2026 è ormai profondamente digitale e proprio per questo il ritorno in classe porta con sé una questione che fino a qualche anno fa sembrava molto più marginale: che fine fanno tutti i dati prodotti ogni giorno da studenti, famiglie e insegnanti?
La privacy scolastica non riguarda più soltanto il voto che non deve essere comunicato alla persona sbagliata o un documento conservato nell’archivio della segreteria. Oggi riguarda fotografie, conversazioni, registrazioni audio, indirizzi email, credenziali di accesso, informazioni sanitarie, eventuali difficoltà di apprendimento, immagini dei minori, account utilizzati sulle piattaforme educative e adesso anche i dati che studenti e insegnanti possono inserire nei sistemi di intelligenza artificiale. La scuola è diventata uno degli ambienti nei quali la trasformazione digitale incontra una popolazione particolarmente delicata perché una parte enorme delle persone coinvolte è costituita da minori.
Non sorprende quindi che il Garante per la protezione dei dati personali abbia aggiornato il vademecum “La scuola a prova di privacy”, allargando l’attenzione proprio alle nuove tecnologie. Accanto ai temi ormai tradizionali del registro elettronico, degli smartphone, delle fotografie e della videosorveglianza sono entrati l’intelligenza artificiale e le chat di classe, due strumenti completamente diversi ma accomunati dalla facilità con la quale informazioni personali possono uscire dal contesto nel quale erano state originariamente condivise.
Ed è probabilmente WhatsApp il punto dal quale partire perché rappresenta ormai una specie di cortile digitale della scuola. Esistono gruppi dei genitori, gruppi degli studenti, chat tra rappresentanti di classe e in alcuni casi comunicazioni nelle quali finiscono anche informazioni relative all’attività scolastica. È comodissimo perché un avviso può raggiungere decine di persone in pochi secondi, ma proprio questa semplicità ci ha fatto dimenticare quanto facilmente una conversazione possa trasformarsi in una diffusione incontrollata di dati.
Una fotografia inviata nel gruppo della classe può essere salvata, inoltrata a un’altra persona, pubblicata su un social network e continuare a circolare quando chi l’aveva condivisa pensava che sarebbe rimasta tra pochi genitori. Lo stesso può accadere con lo screenshot di una conversazione, con un’informazione relativa a uno studente o con un video girato durante un’attività scolastica. Il Garante richiama esplicitamente genitori, studenti e partecipanti alle chat di classe alla necessità di evitare la divulgazione di notizie, immagini e filmati senza il consenso delle persone coinvolte e suggerisce alle scuole, per le comunicazioni ufficiali, di privilegiare strumenti istituzionali come il registro elettronico rispetto alle chat.
È un principio che dovrebbe diventare quasi una regola di educazione digitale: essere dentro un gruppo WhatsApp non significa essere dentro uno spazio privato nel senso tradizionale del termine. Più persone ricevono un contenuto e minore è il controllo che possiamo esercitare su quello che accadrà successivamente.
La questione diventa ancora più delicata quando ci sono fotografie di bambini e ragazzi. Durante una recita, una gita o una festa scolastica è perfettamente normale che un genitore voglia fotografare il proprio figlio. Il Garante chiarisce che fotografie e video realizzati dai familiari in queste occasioni per uso personale e familiare non costituiscono di per sé una violazione della privacy. Il problema cambia completamente quando quelle stesse immagini vengono pubblicate online o diffuse sui social perché possono comparire altri minori e la diffusione richiede cautele e consensi che non possono essere dati per scontati.
Il confine tra fotografia privata e pubblicazione pubblica è diventato sottilissimo. Bastano pochi secondi. Si scatta una fotografia alla festa della scuola e immediatamente Instagram o Facebook suggeriscono di condividerla. Quello che una volta sarebbe rimasto dentro un album di famiglia può potenzialmente essere visto da centinaia o migliaia di persone.
Ed è qui che entra in gioco anche lo sharenting, cioè l’abitudine dei genitori a pubblicare continuamente immagini e informazioni relative ai propri figli. Il tema non riguarda esclusivamente la scuola ma durante l’anno scolastico aumenta inevitabilmente la quantità di occasioni nelle quali vengono prodotte fotografie: primo giorno di scuola, recite, gare sportive, gite, compleanni, feste e premiazioni. Ogni immagine contribuisce alla costruzione dell’identità digitale di un bambino che spesso è troppo piccolo per poter decidere autonomamente quanto della propria vita voglia rendere pubblico.
Il ritorno a scuola riapre poi inevitabilmente la discussione sugli smartphone. Il telefono non è più soltanto uno strumento per chiamare i genitori. È contemporaneamente macchina fotografica, videocamera, registratore, dispositivo di messaggistica e porta di accesso ai social network. Una combinazione che rende possibile trasformare qualsiasi momento della vita scolastica in un contenuto digitale.
Le scuole possono disciplinarne l’utilizzo e devono naturalmente essere rispettate le disposizioni stabilite in ambito scolastico. Dal punto di vista della privacy il principio rimane però abbastanza chiaro: quando un dispositivo viene utilizzato per riprendere immagini o registrare conversazioni devono essere rispettati i diritti delle persone coinvolte. Una registrazione utilizzata per esigenze personali di studio è una cosa, diffondere la stessa registrazione su Internet è tutt’altra. Il Garante chiarisce, per esempio, che uno studente può registrare una lezione per finalità personali di studio compatibilmente con le disposizioni scolastiche, mentre per ulteriori utilizzi e per la diffusione devono essere informate le persone coinvolte e deve essere acquisito il loro consenso.
Questa distinzione è fondamentale nell’epoca di TikTok, Instagram e delle piattaforme sulle quali un filmato può raggiungere un pubblico enorme nel giro di poche ore. Un video realizzato per scherzo in classe può contenere il volto di un compagno, la voce di un professore oppure una situazione imbarazzante e una volta pubblicato può essere copiato e rilanciato da altri utenti rendendo praticamente impossibile recuperare il controllo completo del contenuto.
Privacy e dignità diventano quindi inseparabili.
È anche per questo che parlare di protezione dei dati a scuola significa inevitabilmente parlare di cyberbullismo. Una fotografia, una registrazione o uno screenshot possono diventare strumenti di umiliazione. Il problema non è più soltanto quello che accade nel cortile durante l’intervallo perché un episodio nato dentro la scuola può continuare per tutto il pomeriggio sui telefoni degli studenti e raggiungere un pubblico molto più grande della classe.
Ma il vero elemento nuovo del ritorno a scuola del 2026 è probabilmente un altro: l’intelligenza artificiale.
ChatGPT, Gemini, Copilot e altri sistemi sono ormai entrati nelle abitudini di molti studenti e insegnanti. Si utilizzano per riassumere un testo, spiegare un problema, correggere una frase, cercare idee, preparare esercizi o costruire materiale didattico. La discussione pubblica si concentra soprattutto sul rischio che gli studenti utilizzino l’AI per fare i compiti al posto loro, ma dal punto di vista della privacy esiste un problema altrettanto importante e molto meno visibile.
Che cosa viene inserito dentro l’intelligenza artificiale?
Copiare una domanda di storia è una cosa. Caricare un documento contenente informazioni personali su uno studente è completamente diverso. Inserire il testo anonimo di un esercizio non equivale a fornire a una piattaforma esterna nomi, valutazioni, informazioni familiari, dati sanitari o dettagli relativi alle difficoltà scolastiche di un ragazzo.
Il Garante ha inserito espressamente l’intelligenza artificiale nel proprio materiale dedicato alla scuola e il Ministero dell’Istruzione ha predisposto indicazioni per un utilizzo sicuro dell’IA negli istituti. Tra i principi richiamati c’è quello della minimizzazione: utilizzare dati personali soltanto quando realmente indispensabili e preferire, dove possibile, informazioni sintetiche. Sono inoltre escluse pratiche particolarmente invasive come il riconoscimento delle emozioni.
Non è una questione teorica. Nel giugno 2026 il Garante ha chiesto informazioni su un progetto di utilizzo dell’intelligenza artificiale nel sistema scolastico salesiano proprio per comprendere quali valutazioni fossero state effettuate prima dell’avvio, come venissero trattati i dati di studenti e personale, quali tecnologie fossero coinvolte e se fosse stata effettuata una valutazione d’impatto sulla protezione dei dati. L’Autorità ha ricordato che le regole sulla protezione dei dati valgono sia per soggetti pubblici sia per soggetti privati che trattano informazioni personali nell’erogazione di servizi educativi.
Questo ci porta probabilmente alla vera grande questione dei prossimi anni.
L’intelligenza artificiale potrebbe diventare uno strumento didattico straordinario. Può adattare una spiegazione al livello dello studente, aiutare chi ha difficoltà, tradurre contenuti, costruire esercizi personalizzati e rendere più accessibile il materiale. Ma più un sistema conosce dello studente e più può diventare efficace nel personalizzare l’insegnamento. Ed è esattamente qui che nasce il problema.
Per personalizzare realmente l’apprendimento l’AI potrebbe voler conoscere età, risultati, errori ricorrenti, difficoltà, velocità di apprendimento e magari altre caratteristiche personali. Una quantità di informazioni che, se raccolta sistematicamente, potrebbe costruire un profilo estremamente dettagliato di un ragazzo mentre sta ancora crescendo.
La domanda quindi non è semplicemente se utilizzare o vietare l’intelligenza artificiale a scuola. Sarebbe probabilmente una contrapposizione troppo semplice. La domanda è quali informazioni siamo disposti a consegnarle e per quale finalità.
La stessa prudenza vale per le piattaforme digitali utilizzate quotidianamente. Una scuola può avere bisogno di creare account per studenti e docenti, ma questo non significa che qualsiasi funzione disponibile debba essere automaticamente attivata. Il Garante ha già chiarito, nel contesto della didattica digitale, che devono essere attivati per impostazione predefinita i soli servizi strettamente necessari e non funzionalità ulteriori come geolocalizzazione o social login quando non servono alla finalità didattica.
È il principio della minimizzazione dei dati applicato alla vita quotidiana: se un’informazione non serve, perché raccoglierla?
Anche il registro elettronico merita attenzione. Per milioni di famiglie è ormai uno strumento normale e utilissimo attraverso il quale controllare assenze, comunicazioni, compiti e risultati scolastici. Ma proprio perché contiene informazioni personali deve essere trattato come un ambiente riservato. Password condivise con leggerezza, credenziali salvate su dispositivi accessibili ad altre persone o schermate inoltrate nelle chat possono vanificare una parte delle protezioni costruite intorno alla piattaforma.
La sicurezza informatica diventa quindi parte della privacy scolastica.
Una password debole non è soltanto un problema tecnico. Può significare permettere a qualcuno di vedere informazioni relative a un minore. Un account lasciato aperto su un computer condiviso può esporre comunicazioni personali. Una fotografia dello schermo inviata nel gruppo sbagliato può rendere pubblico qualcosa che doveva rimanere all’interno della relazione tra scuola e famiglia.
E poi ci sono i dati più delicati di tutti.
La scuola può conoscere informazioni relative alla salute, alla disabilità o ai disturbi specifici dell’apprendimento di uno studente. Sono dati che richiedono particolare attenzione e che non possono trasformarsi in argomento di conversazione pubblica semplicemente perché la comunicazione digitale rende più facile inoltrare un documento. Il Garante ricorda che l’accesso alle informazioni relative, per esempio, agli allievi con disabilità o DSA deve essere limitato ai soggetti legittimati dalla normativa e coinvolti nelle attività previste.
Tutto questo potrebbe far sembrare la privacy una gigantesca raccolta di divieti.
In realtà dovrebbe essere esattamente il contrario.
Educare alla privacy significa insegnare ai ragazzi che possedere uno smartphone non attribuisce automaticamente il diritto di pubblicare qualsiasi cosa vedano, che una fotografia di un compagno appartiene anche alla persona fotografata, che uno screenshot può contenere informazioni private, che una password protegge qualcosa di reale e che inserire un dato dentro un’intelligenza artificiale significa comunque affidarlo a un sistema informatico.
È probabilmente una delle competenze digitali più importanti che la scuola possa trasmettere.
Perché gli studenti che tornano in classe nel 2026 vivranno in un mondo nel quale sarà sempre più facile raccogliere informazioni sugli altri. Smartphone, smartwatch, occhiali intelligenti, intelligenza artificiale, riconoscimento vocale e telecamere renderanno la produzione di dati praticamente continua. Sapere utilizzare questi strumenti sarà importante, ma sapere quando non utilizzarli potrebbe esserlo ancora di più.
La privacy a scuola non dovrebbe quindi essere considerata un argomento da affrontare soltanto quando arriva un modulo da firmare all’inizio dell’anno.
È educazione civica digitale.
Significa insegnare il rispetto della persona nell’ambiente nel quale una parte sempre maggiore delle relazioni umane si sta trasferendo. Significa spiegare che dietro un dato c’è qualcuno, dietro una fotografia c’è un volto, dietro una chat c’è una conversazione e dietro un account c’è un’identità.
Il ritorno a scuola porta ogni anno con sé discussioni su programmi, insegnanti, edifici, libri e nuove tecnologie. Nel 2026 dovremmo aggiungerne definitivamente un’altra.
Chi protegge i dati dei ragazzi mentre imparano a vivere nel mondo digitale?
La risposta non può essere soltanto il Garante, né soltanto la scuola. Deve coinvolgere istituti, insegnanti, famiglie, piattaforme tecnologiche e gli stessi studenti. Le regole servono, ma serve soprattutto una cultura della riservatezza che accompagni i ragazzi prima ancora che abbiano qualcosa da nascondere.
Perché proteggere la privacy di uno studente non significa impedirgli di utilizzare la tecnologia.
Significa insegnargli che la tecnologia può ricordare molto più a lungo di quanto ricordiamo noi e che una fotografia, una frase, una registrazione o un’informazione personale condivisa oggi possono continuare a esistere quando il primo giorno di scuola sarà ormai un ricordo lontano.







