Il comitato di redazione di Repubblica in un comunicato stampa ha lanciato una proposta interessante per i giornali che fanno riferimento ai grandi gruppi editoriali.
Infatti, a fronte della trattativa in corso tra i vertici di Exor e l’armatore greco Kyriakou, i giornalisti di Repubblica hanno annunciato l’idea di costituire un’associazione culturale o una fondazione che potrebbe diventare l’interlocutore diretto del nuovo editore. La proposta del comitato di redazione fa riferimento a molte esperienze internazionali, come quella di Le Monde, The Guardian, The Economist e Reuters.
E’ evidente che si tratta di un’iniziativa in stato embrionale tanto che la proposta di categorie di titoli differenziati appare un concetto teoricamente valido, ma molto difficile da calare nell’ipotesi in cui il proprietario del giornale non l’accetti. E questo è il punto. Nell’esperienza italiana esiste una forte presenza di cooperative giornalistiche in cui i giornalisti non hanno la necessità di trattare con la proprietà. Perché sono loro i proprietari. La grandissima parte sono giornali locali di piccole dimensioni, non paragonabili alla realtà delle testate del gruppo Gedi.
Ma il gruppo Gedi non esiste più, lo smantellamento da parte della famiglia Agnelli di un modello complesso che aveva innovato l’informazione in Italia è un dato di fatto. La cessione delle testate sul mercato è stata realizzata senza alcuna logica di tutela dei giornalisti e del valore dell’informazione. E allora Repubblica, come la Stampa, sono giornali come gli altri, solo più grandi.
In Italia, tra l’altro, anche non volendo ipotizzare il modello delle cooperative giornalistiche, le fondazioni e i soggetti non profit sono legittimate da una norma del 1981 che equipara questi soggetti alle persone fisiche sotto il profilo della trasparenza e sono anche sostenute. La Repubblica e la Stampa sono due giornali importanti, grandi, con firme di prestigio. Ma quanto accaduto, anzi la gravità di quanto accaduto, dovrebbe imporre alla politica, alla società civile e a tutti i cittadini una riflessione sulla necessità di ripensare all’intero impianto della legge sull’editoria; con una prospettiva che vada nella direzione di favorire e sostenere veramente le iniziative in cui i giornalisti, anche attraverso soggetti no-profit, diventino i veri responsabili dell’informazione prodotta.
Servirebbero regole scomode per gli editori che utilizzano i giornali per tutelare diversi da quelli del lettore; e investimenti pubblici. La spesa pubblica in Italia nel settore è bassissima, ben al di sotto della media europea. Il pluralismo e la democrazia sono dei lussi che un paese come l’Italia si può ancora permettere.







