Repubblica, il dado è tratto: niente informazioni, niente lavoro e i giornalisti incrociano le braccia: sarà sciopero. Per due giorni, ieri e oggi, il giornale non sarà in edicola. Ieri l’uscita è saltata perché l’assemblea dei giornalisti ha tirato tardissimo, non riuscendo a chiudere le pagine e, quindi, a inviare per tempo il giornale. Oggi, invece, il quotidiano non sarà in edicola a causa dello sciopero che fermerà il lavoro a Repubblica. La vicenda sullo sfondo è sempre la stessa. L’intesa tra Gedi e Antenna. Su cui non s’hanno notizie. E non ne hanno nemmeno i giornalisti. Che avevano chiesto espressamente di essere messi al corrente dell’andamento delle trattative. Nessuna nuova, cattiva nuova: a Largo Fochetti si sciopera.
In una nota che non lascia nulla all’immaginazione, il comitato di redazione spiega le ragioni alla base del nuovo sciopero che blocca le pubblicazioni a Repubblica. “L’assemblea delle giornaliste e dei giornalisti di “Repubblica” si è riunita per ore in serata e per questa ragione, non potendo chiudere le pagine, il quotidiano il 10 febbraio non sarà in edicola”. E dunque: “Il Comitato di redazione ha inoltre indetto per il 10 febbraio uno sciopero e perciò anche l’11 febbraio il giornale non uscirà”.
Ecco i motivi della contestazione. “Ormai da settimane la vertenza del nostro giornale è aperta: sappiamo che Exor è in trattativa per la vendita di Gedi con il gruppo greco Antenna. Ma questa trattativa in esclusiva è scaduta lo scorso 31 gennaio, e la società non ci ha ancora detto se c’è stata una proroga e fino a quando. Le informazioni in nostro possesso finiscono qui”. Non si sa nulla. “Abbiamo anche chiesto perché la scelta sia ricaduta su di un editore sconosciuto ai più e non ad altri che si erano detti interessati, ed è una domanda che rimane aperta. Ci sono (state) altre offerte? Se sì, perché non prenderle in considerazione?”. E questa è un’altra questione. Nei giorni scorsi, infatti, i giornalisti di Repubblica che oggi scioperano avevano fatto delle indagini sul conto di Antenna. Scoprendo delle aree ritenute da loro grigie. “Abbiamo coinvolto chiunque fosse possibile, continuiamo a farlo, lavorando assieme alle organizzazioni sindacali, interpellando istituzioni, lettori, partiti, enti pubblici, da Agcom all’European Board for Media Services. Abbiamo fatto il nostro lavoro giornalistico per tentare di fare luce sulla natura del potenziale acquirente e ciò che ne è uscito fuori non ci tranquillizza affatto, anzi. Abbiamo manifestato pubblicamente la nostra rabbia e preoccupazione”. Una mobilitazione che non ricorda precedenti. E che s’è scontrata di fronte al muro di gomma degli Elkann e dei loro manager: “In questa trattativa – lo stiamo denunciando da tempo – manca trasparenza, necessaria e fondamentale quando in ballo c’è un prodotto che non è solo economico ma uno strumento di equilibrio di un già fragile pluralismo mediatico. Le nostre richieste di garanzie, occupazionali e democratiche, sono ad oggi cadute nel vuoto di fronte a un silenzio ostinato e irrispettoso di chi, per il ruolo che ricopre, dovrebbe darcele. L’editore John Elkann, infatti, si rifiuta di incontrare le rappresentanze sindacali”.
La situazione a Largo Fochetti è tesissima: “Questa è la situazione che stanno vivendo 1.300 famiglie. Lo spezzatino di Gedi, quel che era il primo gruppo editoriale italiano, continua indisturbato. Come nel disinteresse generale, salvo dei sindacati e di chi del proprio lavoro vive, è stato smantellato un pezzo di industria italiana. Tutto questo mentre gli azionisti ogni anno portavano a casa dividendi miliardari”. Ohibò, che novità. “La storia di Repubblica e del gruppo Gedi è paradigmatica. Racconta bene lo strapotere di pochi, senza regole e senza controlli; il destino incerto dei molti che non hanno ereditato patrimoni né credono nella legge del più forte e del più furbo; le pavidità e connivenze di purtroppo molti decisori pubblici, attenti agli interessi delle oligarchie e meno al bene comune. Questa vicenda non è quindi solo nostra”.
Quindi l’appello ai lettori: “Noi, giornaliste e giornalisti, lavoratrici e lavoratori, cittadine e cittadini, non abbiamo alcuna intenzione di rassegnarci o auto-silenziarci. Nel rispetto nostro, della storia di un giornale che ha appena compiuto 50 anni, e delle lettrici e dei lettori. Repubblica nasce con un forte senso di identità e appartenenza ad un sistema di valori ben definito: progressista, antifascista, per la conquista di nuovi diritti sociali e civili, contro ogni forma di razzismo. Con queste lenti abbiamo raccontato l’Italia e il mondo per mezzo secolo. La nostra battaglia è per restare fedeli a tutto questo. A chi ci ha voluto piegare, o a chi magari vorrebbe ancora farlo in futuro, rispondiamo che siamo ancora qui”.







