Editoria

Il Governo si dimentica di Radio Radicale

Radio Radicale rischia per l’ennesima volta di perdere il finanziamento pubblico, condizione necessaria per la sua sopravvivenza. La Radio fondata da Marco Pannella è del tutto atipica rispetto agli altri mezzi di comunicazione italiani, in quanto il finanziamento è l’unico mezzo di sostentamento, non raccogliendo pubblicità. Una scelta coerente con la funzione di servizio pubblico che l’emittente svolge.

Radio Radicale trasmette in diretta sedute parlamentari, eventi politici e numerosi procedimenti giudiziari. La sua rassegna stampa è da sempre un programma particolare, per molti un appuntamento imprescindibile: la voce rauca del compianto Massimo Bordin è entrata nella storia. Il suo archivio storico, accessibile agli utenti, è un bene pubblico che raccoglie la storia degli ultimi cinquanta anni.

E Radio Radicale costa allo Stato italiano circa dieci milioni di euro all’anno, una cifra irrisoria rispetto alla funzione che svolge.

Ma cosa è successo? A quanto pare, per una dimenticanza o per inerzia amministrativa, non è stata prorogata la convenzione che garantisce il finanziamento dell’emittente romana. Il punto è che l’emittente ha dovuto accettare negli anni che il suo finanziamento venisse mascherato da altro, in modo da superare il vento populista che per anni ha soffiato contro il sostegno pubblico al pluralismo. Quindi, anche i radicali hanno accettato la litania del politicamente corretto in nome del quale il sostegno pubblico si trasforma in corrispettivo.

L’emittente avrebbe dovuto fare del finanziamento pubblico la bandiera della propria autonomia rispetto alla politica e ai Governi, mentre ha accettato compromessi che hanno progressivamente creato un rapporto quasi sinallagmatico, esposto alle oscillazioni della logica di mercato. E sulla base di questa logica, infatti, durante il governo “giallo-verde”, il prode Vito Crimi, insieme al sodale Alessandro Morelli, sostennero l’abolizione del finanziamento a Radio Radicale unitamente a quello destinato a tutti i giornali editi da cooperative e enti no-profit.

D’altronde, il primo si vantava di informarsi su Instagram e il secondo sosteneva che il pluralismo sarebbe stato salvaguardato dal 5G, con una visione tecno deterministica, da seguace 2.0 delle teorie di McLuhan.

Nel 2018, a favore di Radio Radicale, ci fu una vera e propria mobilitazione. Ricordo un appassionato discorso di Renato Brunetta, oggi significativamente silente, a salvaguardia della funzione dell’emittente radicale. Dalle carceri, dalle aule giudiziarie, dalla politica, dalla società civile, dagli intellettuali, un’onda di solidarietà travolse il disegno del governo Cinque Stelle–Lega che, insieme alla povertà, intendeva abolire anche il pensiero.

È stato un momento interessante: Aldo Masullo contro Vito Crimi, argomenti diversi, personaggi diversi, livelli diversi.

E oggi? Pare che nessuno si sia accorto di nulla. Sembra che la politica si sia, semplicemente, dimenticata di Radio Radicale. Forse si metterà una toppa nel Milleproroghe, trasformando la sciatteria in metodo di governo.

Eppure il Media Freedom Act prevede – il condizionale è d’obbligo, visto che di un regolamento vigente nessuno parla, figuriamoci applicarlo – che il servizio pubblico debba essere finanziato garantendogli certezze giuridiche tali da assicurarne l’autonomia.

Il sostegno pubblico a Radio Radicale non può essere inquadrato come un mezzo per ripagare le storiche battaglie del Partito Radicale per le libertà individuali. Radio Radicale è un bene pubblico e, come tale, va tutelata. E i beni pubblici non possono essere oggetto di un emendamento nel Milleproroghe, con voti di fiducia, ma devono essere oggetto di un ampio dibattito parlamentare, senza scorciatoie e senza che nessuno fugga dalle proprie responsabilità.

Enzo Ghionni

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