Quando i miliardi non fanno notizia

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Ogni anno, puntualmente, il sostegno pubblico all’editoria torna al centro delle polemiche. C’è chi ne chiede l’abolizione, chi parla di sprechi, chi considera i contributi un privilegio incompatibile con il libero mercato. È un dibattito legittimo, che accompagna da decenni il sistema italiano di sostegno al pluralismo dell’informazione e che si riaccende ogni volta che vengono pubblicati i dati relativi ai contributi erogati alle imprese editoriali.

La trasparenza del sistema fa sì che ogni cifra sia conosciuta, analizzata e commentata. Il risultato è che nessuna voce di spesa pubblica viene sottoposta a un controllo mediatico e politico altrettanto intenso.

Eppure esistono decisioni pubbliche che riguardano beni dello Stato dal valore enormemente superiore e che raramente riescono a conquistare la stessa attenzione.

È il caso delle frequenze per la telefonia mobile.

Si tratta di una risorsa pubblica essenziale per il funzionamento delle reti di comunicazione elettronica. Non appartengono agli operatori telefonici ma allo Stato, che ne concede l’utilizzo attraverso specifici diritti d’uso. Proprio perché si tratta di una risorsa limitata e strategica, nel corso degli anni il suo valore economico è stato misurato attraverso procedure competitive che hanno generato introiti miliardari per le casse pubbliche.

L’asta per le frequenze UMTS del 2000 portò allo Stato circa 13,8 miliardi di euro. Nel 2011 l’assegnazione delle frequenze per il 4G generò quasi 4 miliardi di euro. Nel 2018 l’asta per il 5G si concluse con un incasso di oltre 6,5 miliardi. Negli ultimi venticinque anni oltre 24 miliardi di euro di entrate pubbliche che oggi vengono messe in discussione.

Un ordine di grandezza che merita una riflessione.

Il Fondo per il pluralismo e l’innovazione dell’informazione e dell’editoria vale ogni anno poco più di cento milioni di euro. Anche considerando un intero decennio di sostegno pubblico, il valore complessivo sarebbe largamente inferiore agli introiti derivanti dalle principali assegnazioni delle frequenze telefoniche.

Naturalmente nessuno sostiene che le due questioni siano identiche. Le frequenze sono uno strumento indispensabile per lo sviluppo delle reti digitali e gli operatori telefonici hanno investito e continuano a investire somme enormi per realizzare infrastrutture sempre più avanzate. La competitività del sistema Paese dipende anche dalla capacità di favorire tali investimenti. Ma, ed è un dato di fatto, dalla scellerata dismissione da parte dello Stato della Telecom la rete infrastrutturale non è stata oggetto degli investimenti che le nuove tecnologie richiedevano.

Tuttavia proprio per questo sorprende il diverso trattamento riservato ai due temi nel dibattito pubblico.

Mentre si discute animatamente di ogni euro destinato al pluralismo dell’informazione, contestato e spesso rappresentato come una forma di assistenzialismo, nessuna parla del valore economico delle frequenze e sulle modalità del loro rinnovo, argomento confinato quasi esclusivamente agli specialisti del settore.

La questione è tornata di attualità perché importanti diritti d’uso delle frequenze mobili scadranno nel 2029. AGCOM ha già avviato una consultazione pubblica per definire il quadro regolatorio successivo. Tra le ipotesi sul tavolo vi è anche quella di un rinnovo dei diritti esistenti accompagnato da impegni di investimento sulle reti e sullo sviluppo delle infrastrutture digitali.

Si tratta di una scelta di politica industriale complessa, che richiede di contemperare diversi interessi: la necessità di garantire investimenti, la competitività del settore, la qualità dei servizi offerti ai cittadini e la valorizzazione di una risorsa pubblica strategica.

Proprio per questo sarebbe auspicabile un dibattito pubblico più ampio e più consapevole.

Non è la prima volta che in Italia accade qualcosa di simile. La storia economica del Paese è caratterizzata da un’attenzione spesso sproporzionata verso contributi pubblici relativamente modesti e da una minore sensibilità nei confronti di concessioni, autorizzazioni e utilizzo di beni pubblici dal valore immensamente superiore. Le concessioni autostradali rappresentano probabilmente l’esempio più noto di questo fenomeno.

Le frequenze radio appartengono alla stessa categoria. Sono un bene pubblico scarso, strategico e di enorme valore economico. L’utilizzo di beni demaniali consente ai concessionari di conseguire ricavi molto considerevoli e margini importanti, per cui con la riduzione dei canoni di concessione si trasferiscono risorse dallo Stato a dei privati. Non sono contributi, ma è come se lo fossero.

Per questa ragione la discussione sul loro futuro dovrebbe interessare non soltanto gli operatori del settore e le autorità di regolazione, ma l’intera opinione pubblica.

In una democrazia matura la trasparenza non dovrebbe riguardare soltanto le spese che si misurano in milioni. Dovrebbe riguardare anche le decisioni che coinvolgono patrimoni pubblici il cui valore si misura in decine di miliardi.

Forse il problema non è che si discuta troppo dei contributi all’editoria. Il problema è che si discuta troppo poco di tutto il resto.

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