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Pechino respinge accuse Usa per mancato visto reporter

Pechino non rinnova visto reporter Usa

La Cina respinge le accuse americane, espresse ieri in un comunicato del Dipartimento di Stato, circa la sua decisione di non rinnovare il visto a un giornalista del New York Times. Per Hong Lei, portavoce del ministro degli esteri cinese, la questione è in ossequio alle leggi e i regolamenti interni alla Cina, avendo il giornalista in questione, Austin Ramzy, non rispettato le leggi. Il portavoce ha spiegato che Ramzy era in Cina come corrispondente del settimanale Time fino a maggio, quando lasciò il lavoro e restituì la tessera giornalistica. Secondo le leggi cinesi, in quel momento il suo visto cinese era scaduto. Poco dopo, il New York Times presentò alle autorità di Pechino una domanda per Ramzey affinchè ricevesse le credenziali da giornalista residente in Cina, domanda che non è stata ancora approvata. Il giornalista, secondo Hong Lei, non avrebbe mai cambiato il suo visto e il suo permesso di residenza dopo la fine del lavoro con Times e avrebbe usato, cosa che “costituisce una violazione delle leggi e dei regolamenti in Cina” come ha detto Hong Lei, il vecchio visto e il vecchio permesso di residenza per stare nel paese e viaggiare. Al giornalista era stato dato un visto di 30 giorni, per “questioni umanitarie” con l’impossibilità di lavorare, dal momento che il Nyt aveva chiesto un aiuto visto che Ramzy aveva ancora delle questioni pendenti in Cina. Alla scadenza, Ramzy ha dovuto lasciare il paese ma, secondo il portavoce, non è stato “allontato né deportato”.
“La Cina esprime il suo dispiacere – ha detto Hong Lei – non accettiamo le accuse ingiustificate dalla parte americana e gli chiediamo il rispetto dei fatti e di usare azioni e parole caute”. Il portavoce ha ribadito che la Cina continua a dare il benvenuto ai giornalisti stranieri continuandone a proteggere i diritti e gli interessi secondo la legge, ma chiede loro di osservare i regolamenti e le leggi cinesi.
Il caso di Ramzy arriva 13 mesi dopo l’allontanamento di un altro giornalista americano, Chris Buckley. Anche in quel caso, la Cina addusse motivi di lavoro, in quanto il giornalista non aveva comunicato il cambio del datore di lavoro dalla Reuters al New York Times. Il quotidiano americano era nell’occhio del ciclone in Cina per aver pubblicato una inchiesta sui beni milionari dei partenti dell’allora premier Wen Jiabao.

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