Editoria

New York Times e Washington Post: quando l’editore fa la differenza

Dall’altra parte dell’oceano ci sono due testate prestigiose e di grande tradizione. Il New York Times e il Washington Post. Il primo è edito da oltre un secolo da una famiglia editrice storica, gli Ochs-Sulzberger, mentre il proprietario del giornale della capitale è Jeff Bezos, uno dei più ricchi uomini del mondo, proprietario di Amazon.

In questi giorni il New York Times ha pubblicato i dati dell’ultimo trimestre 2025 che appaiono molto lusinghieri. Nel corso dello scorso anno un milione e quattrocentomila nuovi lettori si sono abbonati al giornale e il totale degli abbonati all’edizione digitale ha raggiunto quasi 13 milioni. I ricavi totali sono aumentati di oltre il 10 per cento su base annua e hanno superato gli 800 milioni di dollari. La pubblicità dell’edizione digitale ha registrato un incremento del 25 per cento.

Gli ottimi dati che derivano dall’edizione digitale hanno in buona parte compensato le evidenti perdite di fatturato dell’edizione cartacea, ma la società presenta nel complesso un buon indice patrimoniale.

Rispetto all’amministrazione Trump il quotidiano newyorchese ha una posizione scettica, se non ostile. Gli editorialisti non perdono occasione per criticare le scelte del Presidente degli Stati Uniti. Ma lo fanno sempre con un approccio da giornalisti e commentatori documentati e preparati: non è un caso che così si diventi giornalisti, o addirittura editorialisti, di uno dei più prestigiosi giornali del mondo.

Le posizioni ostili sono argomentate, le inchieste giornalistiche documentate, la critica non deriva da un pregiudizio ma da un’analisi argomentata dei fatti. Insomma il quotidiano della Grande Mela mantiene lo stile del migliore giornalismo statunitense, da sempre ispirato a scetticismo e autonomia rispetto al potere e alla politica.

Situazione decisamente diversa al Washington Post, dove il giornale della capitale negli ultimi anni ha perso oltre 250.000 abbonati e il traffico digitale ha registrato una contrazione intorno all’80 per cento. Anche la pubblicità dell’edizione digitale ha registrato una sostanziale contrazione. Il tutto ha portato a perdite importanti: nel solo 2024 oltre cento milioni di dollari.

Il proprietario Bezos ha reagito con un piano straordinario che, nella sostanza, ha trasferito la crisi sui giornalisti, licenziando 300 redattori e corrispondenti. Un uomo che ha speso circa sessanta milioni di dollari per il proprio matrimonio non ha esitato a chiudere redazioni locali, a tagliare i corrispondenti, minando il futuro di un giornale che ha fatto la storia dell’informazione a livello mondiale.

Eppure, la perdita di lettori e di fiducia nasce dalla decisione di Bezos di riposizionare il giornale rispetto alla Presidenza degli Stati Uniti d’America. Un giornale schierato su posizioni decisamente ostili a Trump ha dovuto fare un giro di valzer per non inimicarsi nel 2024 il futuro Presidente. Non c’è stato bisogno che Trump vincesse le elezioni. I sondaggi e gli orientamenti di voto sono stati sufficienti per indurre Bezos a imporre una nuova linea editoriale al giornale.

I risultati hanno penalizzato nettamente i dati di vendita e la pubblicità, ma a pagare non è stato, come spesso accade, Bezos — che nel frattempo ha incassato crediti e commesse federali per le sue altre attività — bensì i giornalisti, che dopo essere stati ridotti al silenzio hanno anche perso il posto di lavoro.

Quanto accaduto a questi due giornali negli stessi anni impone la necessità di porsi una domanda: come ricordava Roberto Calasso, quanto conta davvero l’impronta dell’editore.

Enzo Ghionni

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