Categories: Giurisprudenza

Minzolini vince: Travaglio va processato

Trascinare in tribunale Marco Travaglio con una querela per diffamazione è davvero dura. La Cassazione è dovuta intervenire per ben due volte, bacchettando i giudici che si opponevano alla richiesta di Augusto Minzolini di avere giustizia dopo essere stato accusato dal fustigatore de Il Fatto, con la giornalista del Tg1 Grazia Graziadei, di aver «sparato cifre a casaccio», «dati farlocchi», «balle sesquipediali», «truffaldine» e «ridicole», in un servizio tv sulle intercettazioni.  Solo 3 anni dopo, grazie alla pronuncia della Suprema Corte di venerdì scorso, si torna al punto di partenza. Con un giudice che, forse, rinvierà a giudizio l’intoccabile Travaglio. E lui, dopo una lettera di Minzolini a Dagospia sulla vicenda, che fa? Annuncia: «Con le sue insinuazioni calunniose e false, il cosiddetto onorevole Minzolini, detto Mazzancolla, si è guadagnato un nuovo processo. Sarà un piacere ritrovarlo in tribunale, cioè nel suo habitat naturale». Che finisca dritto in tribunale per Travaglio non c’è dubbio: è sicuro che per lui non ci sarà bisogno di due gup e due ricorsi in Cassazione. Ma partiamo dall’inizio. Luglio 2010: l’attuale senatore Pdl dirige il primo telegiornale Rai quando Travaglio si scaglia contro il servizio firmato dalla Graziadei. Ma i dati contestati dal Fatto sono quelli ufficiali del ministero della Giustizia su numero e costi delle intercettazioni e parte la querela. Il pm è convinto che ci voglia il processo, ma il giudice non la pensa così. «Le richieste di rinvio a giudizio presentate dalla pubblica accusa vengono accolte nel 93 per cento dei casi- fa notare Minzolini nella lettera a Dagospia – ma con Travaglio è quasi impossibile avere giustizia». Più di un anno fa il gup di Roma decide il non luogo a procedere. Non dice che il reato non c’è, anzi riconosce il contrario citando frasi manifestamente diffamatorie. Però, cavilla sul fatto che il pm non ha citato proprio quelle frasi ma altre, nella sua richiesta. Anche se c’è allegato tutto l’articolo. Un altolà eccezionale, ma la cosa non finisce qui. Con caparbietà il pm e il legale di Minzolini e Graziadei, Viglione, si rivolgono alla Cassazione. E vincono: dichiarato illegittimo il non luogo a procedere, perché il giudice è «effettivamente incorso in un errore di interpretazione del capo di imputazione», visto che il pm aveva ritenuto diffamatorio l’intero articolo, nessuna frase esclusa. Ma non si va in tribunale neppure stavolta. Perché un secondo gup fa muro in difesa di Travaglio. Altro non luogo a procedere e secondo ricorso in Cassazione. Con la stessa conclusione a favore di Minzolini e Graziadei, arrivata due giorni fa. «Per ottenere il rinvio a giudizio del beniamino dei magistrati di un certo tipo – scrive Minzolini – bisogna chiederlo a due gup e rivolgersi due volte in Cassazione. Ancora non basta. Intanto però (Travaglio è ferrato sull’argomento, ma solo quando riguarda gli altri) maturano i tempi di prescrizione». La bacchettata bis degli ermellini deve aver dato molto fastidio all’editorialista del Fatto. Per Minzolini, un segnale di tanta irritazione sta in una strana coincidenza: il suo quotidiano, infatti, all’indomani della sentenza della Cassazione riaccende i riflettori sulla controversia giudiziaria dell’allora direttore del Tg1 con la Rai per la questione delle note spese e dei pranzi a base di pesce. Lo fa con un servizio in prima pagina, con «tutti i menu», sul ricorso in appello dopo l’assoluzione di Minzolini a febbraio dall’accusa di peculato. «Perché Il Fatto pubblica oggi (sabato, ndr) – chiede il senatore Pdl – un ricorso che la Rai ha presentato a giugno? La spiegazione è nella natura di quel giornale». Fonte: www.ilgiornale.it

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