Il 16 aprile i giornalisti hanno proclamato il terzo giorno di sciopero. La ragione, come è noto, è il mancato rinnovo del contratto stipulato tra la Fieg e la Fnsi.
Il contratto è fermo da dieci anni, il sindacato dei giornalisti chiede l’adeguamento dello stesso al costo della vita, gli editori una maggiore flessibilità. Senza girarci intorno, è una questione di soldi: i giornalisti vogliono avere di più, gli editori pagare di meno.
In realtà la situazione è molto più complessa. La Federazione nazionale della stampa si è sempre vantata di essere il sindacato unico dei giornalisti. Ma, nella sua tradizione, ha sempre tutelato gli interessi dei dipendenti dei grandi giornali, tanto che la contrattazione a livello sindacale avviene con la Fieg, ossia la Federazione italiana editori giornali.
Il recente accordo con Anso e Fisc ha modificato solo in parte l’asse portante della contrattazione, che coinvolge, come detto, sindacato e grandi editori. Il punto è che gli effetti di quel contratto si riverberano su tutti gli editori, anche quelli che non aderiscono alla Fieg.
È proprio questo uno dei nodi più delicati del sistema. E il recente accertamento avviato dagli ispettori dell’Inps nei confronti di Ciaopeople e Citynews conferma la delicatezza di questo aspetto. Chiaramente la fondatezza dell’accertamento verrà rimessa alla decisione di un giudice.
Ma non è solo questo il punto. Il sindacato accusa gli editori di non aver rinnovato il contratto pur in presenza di ingenti contributi pubblici legati al fondo straordinario per l’editoria. Alcuni grandi gruppi editoriali hanno chiuso gli ultimi bilanci in utile e hanno distribuito addirittura dividendi. Ma molti altri sono in forte crisi e, probabilmente, quei contributi sono serviti ad evitare licenziamenti e il ricorso ad ammortizzatori sociali.
Il sostegno pubblico va visto con occhi attenti e non utilizzando slogan, soprattutto da chi produce informazione. D’altra parte, oggi la Federazione nazionale della stampa accusa gli editori di non avere riconosciuto ai giornalisti la quota del compenso a cui hanno diritto per l’utilizzo, da parte delle piattaforme, dei contenuti pubblicati sulle edizioni digitali, ignorando che le piattaforme hanno avviato una serie pressoché infinita di contenziosi per non pagare nulla agli editori.
Da un lato, quindi, richieste che sembrano figlie di un approccio massimalistico; dall’altro, l’atteggiamento di grandi editori che, quasi sempre, attraverso l’informazione curano altri e ben più rilevanti interessi, di totale chiusura nei confronti del rinnovo contrattuale.
Una volta lo sciopero dei giornalisti provocava effetti importanti sui bilanci dei giornali, in quanto non si vendevano decine, se non centinaia, di migliaia di copie. Oggi un giorno di sciopero può quasi favorire l’editore.
Ecco, il contesto è totalmente cambiato e, nell’ambito di questo cambiamento, si dovrebbe aprire una nuova fase di trattativa in cui la Federazione nazionale della stampa veda con maggiore attenzione l’intero ecosistema dell’informazione, nel quale si affacciano sempre più piccole realtà editoriali, spesso cooperative giornalistiche, che danno lavoro a migliaia di giornalisti.
Serve, in altri termini, uno sguardo meno novecentesco e più aderente alla realtà attuale del settore. I tempi sono cambiati, ma questa trattativa riporta il settore nel passato.







